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SAVE EUROPE

Giovedì 14 Luglio ore 17:30, AICCRE – Piazza di Trevi 86, Roma

 invitano all’incontro con Gianni PITTELLA (Capo gruppo Socialisti&democratici al Parlamento europeo) per discutere di come rilanciare il processo d’integrazione europea dopo il risultato del voto referendario britannico per uscire dalla UE.

Tra gli altri intervengono:
Paolo ACUNZO, Direzione nazionale MFE
Federico CASTIGLIONI, GFE
Vincenzo GUIZZI, MFE Roma
Olimpia TROILLI, Ufficio del Dibattito MFE Roma

Coordinano i lavori:
Ugo FERRUTA ed Eleonora VASQUES
(Seg. MFE/GFE Roma)

Nel ricordo di Umberto Serafini, fondatore dell’Aiccre

Europa: e ora che fare?
Problemi scottanti della nostra Unione
Aiccre, p.zza di Trevi 86, Roma – II piano
giovedì 16 luglio, ore 17.30

Presiede:
Carla Rey, Segretario generale Aiccre

Intervento introduttivo:
Sandro Gozi, Sottosegretario di stato alla Politiche europee

Ne discutono:
Paolo Guerrieri, Commissione Affari Europei, Senato della Repubblica
Antonio Armellini, Ambasciatore, Editorialista “Corriere della Sera”
Adriana Ciancio, Dip.to di Giurisprudenza, Università di Catania
Pier Virgilio Dastoli, Presidente Comitato Italiano del Movimento Europeo
Maurizio Franzini, Dip.to di Economia e Diritto, Sapienza Università di Roma
Giampiero Gramaglia, Vice Direttore, “La Presse”
Paolo Ponzano, Presidente MFE Sezione di Roma
Umberto Triulzi, Dip.to di Scienze sociali ed economiche, Sapienza Università di Roma

Concludono:
Mario Benotti, Consulente Presidenza del Consiglio dei Ministri
Francesco Gui, Coordinatore di “L’università per l’Europa. Verso l’unione politica”

L’università per l’Europa. Verso l’unione politica
Sapienza Università di Roma
tel. 06-49913407
e-mail: info@universitapereuropa.eu

 

 

Il 12 ottobre 2012, il comitato norvegese per il Nobel ha assegnato quello per la Pace all’Unione europea. Il voto è stato unanime, come annunciato dal presidente del comitato Thorbjorn Jagland. Il premio di otto milioni di corone svedesi è stato assegnato per “aver contribuito per sei decenni all’avanzamento della pace e della riconciliazione, la democrazia e i diritti umani in Europa”.

 

Non è certo la prima volta che un’organizzazione internazionale riceve tale riconoscimento, anzi. Proprio il primo Nobel fu assegnato, nel 1901, al fondatore della Croce Rossa, Jean Henri Dunant. La stessa Croce Rossa ha ricevuto il premio, con diverse motivazioni, ancora nel 1917, 1944 e 1963. La Nazioni Unite l’hanno ricevuto ben sette volte; l’ultima è del 2007, andata al Comitato Intergovernativo per i Mutamenti Climatici.

 

Giusto per la cronaca, anche per dare il giusto peso alla lieta notizia giunta ai vertici istituzionali dell’Ue, è bene ricordare che il premio vede tra gli insigniti al merito tre presidenti degli Stati Uniti, da Theodore Roosevelt, passando per Jimmy Carter e sino a Bark Obama, in buona compagnia di  Willy Brandt, Lech Walesa, Michail Gorbacev, Yasser Arafat, Scimon Peres, Yizhak Rabin e Al Gore, ma non è stato mai assegnato al Mahatma Gandhi. Guarda un po’ la combinazione.

 

Solo dal 1987 il comitato esprime una motivazione per il prestigioso riconoscimento, e quella per l’attribuzione all’Unione, non fa un grinza. E’ indubbio che l’organizzazione in oggetto abbia contribuito (non certo da sola andrebbe aggiunto, ma è una pura ovvietà), al consolidamento di rapporti pacifici tra paesi storicamente in permanente conflitto nel vecchio continente, Francia e Germania in testa. E’ stata anche un elemento catalizzatore di interessi economici che hanno sospinto paesi in regimi dittatoriali (Spagna, Portogallo, Grecia e successivamente gli stati satelliti dell’Urss) verso modelli di democrazia consolidata. Ed ancora. Il suo impegno nell’affermazione dei diritti umani, per quanto con politiche contraddittorie ed non sempre adeguatamente sostenute finanziariamente, è indubbio.

 

Ma. Esiste un ma grande come una casa. Con una punta di ironia tutta britannica e dopo l’invito di Herman Van Rompuy (Presidente del Consiglio Ue) ai ventisette capi di stato e di governo perché vadano ad assistere alla cerimonia del prossimo 10 dicembre ad Oslo, David Cameron ha affermato : “ci sarà gente a sufficienza per ritirare il premio”, e c’è da scommetterne. Il Primo ministro britannico non si è fatto sfuggire anche una notazione di merito: “anche la Nato ha contribuito”. Vero, quanto a contributo anche la Nato ha giocato un ruolo del tutto simile all’Ue per la pace, la democrazia e l’affermazione dei diritti umani. Come si potrebbe mai negarlo? Probabilmente anche il Patto di Varsavia è stato un elemento equilibratore di spinte centrifughe che stavano per condurci nel precipizio del terzo conflitto mondiale. E allora?

 

E allora, aver contribuito a, come dichiarato nella motivazione, non toglie nulla a tutto ciò che l’Unione europea non ha fatto o meglio, non è grado di fare, tanto nell’immediato che in prospettiva. E’ qui il discrimine di chi vuol far finta di non capire.

 

Tra i commenti che si sono susseguiti alla notizia dell’assegnazione del Nobel, si annoverano quelli dei tiepidi europeisti (ovviamente  celebrativi di ciò che si ha, del contingente). Altre reazioni, o per motivi dello spirito, come per i costruttori di pace, o per motivi politici, come per i federalisti, sono state ponderatamente critiche, se non, in alcuni casi, apertamente, dissacratorie.

 

Alcuni europeisti alla giornata sono arrivati persino ad avanzare l’ipotesi che ben per altre motivazioni, alla memoria, dovesse essere ritirato il premio. Si è tirata in ballo addirittura la figura di un autentico gigante del pensiero federalista, Altiero Spinelli. Perché non allora alla memoria di Paul Henri Spaak. In tal caso sarebbe stata la nipote Catherin a dirigersi verso Oslo, con indubbio piacere tanto per gli occhi e che per la mente.

 

Tanto i pacifisti che i federalisti sono costruttori. I primi coltivano, su se stessi prima che sugli altri, atteggiamenti sociali e culturali. I secondi vogliono erigere strutture politiche sovranazionali. Entrambi hanno però una caratteristica che li accomuna:  rivendicano, chiedono e si adoperano per ciò che non esiste; non  hanno alcuna tendenza a  crogiolarsi di quel po’ che è già sotto i nostri occhi.

 

Per i federalisti, in particolare, è determinante sottolineare come i paesi del vecchio continente, Francia, Germania ed Italia in testa, pur se animatori, sessantanni or sono, della prima Comunità del carbone e dell’acciaio, oggi si sottraggano ad una precisa responsabilità storica che ricade su di loro: quella  responsabilità che dovrebbe condurli  a dichiarare l’impegno per la fondazione di una prima vera e definita entità statuale supernazionale.

 

Solo con un’autentica Federazione politica si entrerebbe in quell’ambito di irreversibilità del processo di integrazione che molti già danno per acquisita. Tra l’altro, i più avveduti, si rendono anche ben conto che  il processo potrebbe anche fermarsi, se non addirittura implodere, sotto le spinte di interessi non più concomitanti.

 

Solo con lo Stato Europa si potrebbe svolgere un’attiva opera di pacificazione a livello internazionale nelle principali aree di crisi, ad iniziare dal Medi Oriente.

 

E’ evidente che ciò interessa molto poco ai membri del comitato norvegese per il Nobel, figli di un popolo che ha scelto per ben due volte, con referendum, di rifiutare la prospettiva stessa dell’integrazione europea. La prima consultazione che ha dato esito negativo è del 25 settembre 1972, sull’adesione alle Comunità europee. Altro referendum dove i norvegesi si sono espressi per il no è quello sull’Unione europea del 27-28 novembre 1994. A seguito di questi espliciti dinieghi a nessuno è venuta in mente la balzana idea di chiedere ritorsioni, che so, prevedendo il boicotaggio dello stoccafisso all’interno del mercato unico, ma venirci ora a fare la lezioncina sulle doti maieutiche del processo di integrazione ha veramente del paradossale.

 

Il prossimo 10 dicembre il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, e il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, andranno insieme a Oslo per ritirare il Nobel per la pace.

 

Nel corso di una conferenza stampa lo stesso Schulz ha ironizzato dicendo: Herman ritirerà la medaglia , Jose’ Manuel il certificato, e io la moneta’’.

 

Non c’è che dire. Sono mille i buoni motivi per cui non ritirare il premio, almeno fin tanto che alcuni volenterosi non abbiamo fondato la prima vera Federazione nella più ampia Unione.

 

La foto di rito chiede di mettersi in posa, ognuno, di par suo, per tentare di passare a maggior gloria. C’è da scommettere che lor signori, impettiti e gaudenti, continueranno a far finta di non vedere il baratro della dissoluzione della più grande, ed incompiuta, ambizione politica del novecento.

 

Nicola Forlani

 

Campoleone, 21 ottobre 2012

 

 

 

 

 

L’ ampiezza del compiacimento ottenuto dal nostro presidente del Consiglio, su scala internazionale, per l’ esito positivo della richiesta di socializzare il carico dell’ eccesso del differenziale ( spread )  fra i prezzi di collocazione dei titoli di credito degli Stati europei  dell’ eurozona, non deve sorprendere .

In effetti sarebbe quanto meno opportuna una cautela nel considerarlo un risultato concretamente importante, considerando  che non è ancora chiarito né il livello minimo di differenziale né fissato il meccanismo procedurale per il loro riconoscimento.

Ma l’ ottenuto riconoscimento del principio, malgrado la contrarietà tedesca, assume un significato che trascende la effettiva concretezza del beneficio perché conferisce un fattore di solidarietà fra stati ( dell’ eurozona) e un passo in avanti verso una concezione solidaristica, quindi federalista, dell’ Unione.

Questo motivo, giustifica pienamente il giudizio politicamente positivo di questo risultato, pur scettici sui livelli di beneficio che deriveranno ai singoli stati che, per farne richiesta, dovranno dimostrare adeguato   rigore nella gestione dei propri bilanci nazionali.

In sostanza si è introdotto un principio di fiscalità generale europea , con implicazioni che, se saggiamente valorizzate, potrebbero assecondare un processo di crescente influenza dell’ imponente corpo elettorale dei cittadini europei, accrescendone il diritto di assurgere a primaria istanza delle scelte della governance  europea  in quanto tale.

L’ ipotesi di un quadro di interferenza elettorale reciproca fra le nazioni della zona euro, è potenzialmente  foriera di possibili mutamenti di propensione dei  paesi che finora hanno conservato l’ opzione della loro sovranità monetaria.

Forse le motivazioni di Mario Monti erano presumibilmente molto più vicine alle conseguenze degli equilibri interni del parlamento italiano, riguadagnandone la subalternità : e nessuno potrebbe eccepire sulla piena legittimità dell’ occasione.

Ma nei processi storici molto complessi fanno  sempre capolino intrecci di conseguenze imprevedibili che, coscientemente o meno, producono  fenomeni  cosiddetti di eterogenesi dei fini , che un tempo si definiva il destino.

Pierluigi Sorti

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I recenti sviluppi politici in Ungheria e l’impatto che le scelte del governo di Budapest potranno avere sui rapporti con le istituzioni europee sono state il tema centrale del dibattito tenutosi giovedì 14 giugno al Senato, presso le sale dell’ex hotel Bologna. All’incontro, organizzato dalla sezione di Roma della Gioventù Federalista Europea, hanno partecipato esponenti del mondo politico, istituzionale e accademico.

L’occasione è servita a riflettere sul futuro dell’integrazione europea alla luce delle critiche mosse da diversi ambienti ai provvedimenti adottati dal governo Orban, fra i quali spiccano una  controversa legge sulla stampa e la nuova Costituzione ungherese, da alcuni considerata di stampo nazionalista. Il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo ha sottolineato nel suo intervento la necessità di continuare a lavorare con il primo ministro Viktor Orban per risolvere i punti più critici delle leggi varate dal Parlamento ungherese, in modo da evitare uno scontro frontale fra Ue e Ungheria.

Concetto ribadito da Federico Eichberg, consigliere della fondazione Farefuturo, che ha inoltre rilevato come la vicenda ungherese abbia messo a nudo alcune debolezze delle istituzioni europee. Gli interventi di Andrea Carteny, docente di Storia dell’Europa Centrale alla Sapienza, e dell’ambasciatore d’Ungheria in Italia Janos Balla hanno fornito una chiave di lettura degli avvenimenti dal punto di vista ungherese.

L’ambasciatore ha insistito sul fatto che le profondi trasformazioni politiche in Ungheria si siano svolte seguendo i principi democratici e non debbano perciò in alcun modo destare preoccupazioni negli altri Stati membri. Infine Giorgio Anselmi, esponente del Movimento Federalista Europeo, ha richiamato la necessità di costruire un’Europa federale per arginare il ritorno dei nazionalismi di cui il governo Orban sarebbe espressione.

Il moderatore, Luca Gramaglia, membro attivo della Gfe di Roma, ha saputo tener vivo il dibattito, introducendo gli ospiti e sollecitandoli ad esporre il loro punto di vista.

Il tema ha suscitato particolare interesse tra il pubblico, composto da studiosi, accademici e numerosi giovani studenti che sono intervenuti interpellando i relatori in merito ad alcune questioni.

Complimenti a tutti i ragazzi della Gioventù Federalista di Roma che hanno lavorato insieme per realizzare questo dibattito, dimostrando di non essere indifferenti ai temi della politica internazionale, in particolar modo di quella europea!

GFE Roma

 

La Gioventù Federalista europea lancia un’azione a favore della Democrazia in Bielorussia.

La Bielorussia, ultima dittatura in Europa, costituisce un chiaro esempio di restrizione dei diritti umani , in cui le opposizioni sono discriminate e la stampa è sistematicamente controllata dal regime del presidente Lukashenko, negando il diritto alla libertà di espressione e i più fondamentali diritti politici ai suoi cittadini.

Per questo gli Young European Federalists in decine di città europee e la Gioventù Federalista Europea in diverse città italiane lanciano un’azione a supporto della democrazia in Bielorussia e ricordando all’Unione europea che non è più tempo dell’ambiguità su questo tema è che ormai necessario “rilanciare il progetto di unificazione degli europei per permettere un pieno sviluppo della democrazia a livello europeo”.

Secondo i giovani federalisti europei, “le nuove generazioni hanno la responsabilità di chiedere e promuovere attivamente l’affermazione dei valori della libertà, della pace e della democrazia con la costruzione di una Federazione europea, anche a partire da un’avanguardia di paesi, che possa riorganizzare l’Europa in senso democratico e possa agire all’esterno per l’affermazione di questi valori anche e non solo in Bielorussia”.

COMUNICATO STAMPA DEL MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO

Martedì 13 Marzo dalle ore 14 il Movimento Federalista Europeo promuove un Presidio in occasione del vertice Monti-Merkel a Piazza Montecitorio dal titolo “Per un’Italia europea. Per un’Europa federale”.

Il MFE ribadisce con questa iniziativa quanto sta già da tempo rivendicando attraverso la Campagna per la federazione europea e la proposta del lancio di un piano europeo di sviluppo sostenibile. In particolare il MFE ritiene indispensabile non solo che l’Italia e la Germania ratifichino al più presto il fiscal compact, ma anche che questi due paesi si pongano all’avanguardia del rilancio sia del progetto per realizzare la federazione europea sia di un New Deal europeo.

In questa ottica riveste una particolare importanza l’annunciato seminario di Berlino del 20 marzo prossimo sul futuro dell’Europa tra i rappresentanti dei governi di almeno nove paesi, che dovrebbe affrontare il tema del rilancio del metodo costituente per un governo democratico della fiscalità, del bilancio, della moneta e dell’economia dell’Eurozona.

Il Movimento Federalista Europeo invita i rappresentanti dei governi italiano e tedesco a promuovere il rilancio della costruzione federale dell’Europa a partire dalla soluzione dei problemi posti dalla crisi economica e finanziaria.

11-03-2012

Link all’Appello Federal Union Now

Contributo al dibattito per il Congresso MFE di Gorizia

A cura di Roberto Castaldi

Segretario Centro Regionale Mfe Toscana

1. Un nuovo spazio d’azione per l’azione federalista

La crisi economico-finanziaria del 2008 non aveva portato a significative proposte di riforma nell’UE, ancora impelagata nel processo di ratifica del Trattato di Lisbona. La crisi del debito sovrano, mettendo a repentaglio la stessa esistenza dell’Euro ha suscitato invece alcune reazioni, sebbene insufficienti. La primavera scorsa la Commissione ha chiesto un rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche e di bilancio; la BCE ha parlato invece di “governance economica”, chiedendo che le proposte della Commissione di sanzionare uno Stato membro potessero essere approvate a maggioranza qualificata e respinte all’unanimità, come nel processo legislativo ordinario, ma dimenticandosi completamente il Parlamento europeo. Che ha risposto rilanciando il tema delle risorse proprie rispetto al bilancio europeo.

Oggi si parla apertamente di emendare il Trattato di Lisbona. Francia e Germania vogliono rimettere mano al Patto di Stabilità. Il Parlamento europeo lavora a una proposta di Duff per creare un collegio elettorale europeo accanto a quelli attuali, che richiederebbe di aumentare il numero dei parlamentari europei, modificando il Trattato. Vediamo il frutto del nuovo meccanismo previsto da Lisbona, che amplia al Parlamento e alla Commissione la possibilità di presentare emendamenti al Trattato, avviando così la procedura di riforma per via semplificata o ordinaria – che prevede la convocazione a maggioranza semplice di una nuova Convenzione nel caso di presentazione di emendamenti molto significativi. E’ possibile che il cantiere delle riforme istituzionali, che si voleva chiuso per lungo tempo dopo Lisbona, si riapra entro questa legislatura europea. Ma è essenziale che le proposte di emendamento riguardino i nodi decisivi dell’autonomia di bilancio – risorse proprie, capacità impositiva ed eurobonds (i poteri della CECA!) –, della trasformazione della Commissione in un vero governo, dell’abolizione generalizzata dell’unanimità, della creazione di una politica estera e di difesa unica europea. Inserire questi temi nell’agenda della riforma, ovvero porre la questione del salto federale, non può essere che il nostro compito.

2. Una “sponda” istituzionale

Storicamente le campagne federaliste hanno avuto successo solo in presenza di una “sponda” nelle istituzioni europee o in qualche governo nazionale – quella che abbiamo chiamato “leadership europea occasionale”. Altrimenti non hanno raggiunto i loro obiettivi, tranne la sopravvivenza del Movimento, come nel caso del Congresso e poi del Censimento del Popolo europeo. Egualmente, le iniziative delle istituzioni europee, prive di un raccordo con le campagne popolari dei federalisti, sono fallite – come lamentava Spinelli delle iniziative di Hallstein.

La Commissione Prodi e Fischer sono state le ultime “sponde” dei federalisti, manifestatesi prima e durante la Convenzione. La creazione del Gruppo Spinelli testimonia di una volontà di battersi da parte di alcuni parlamentari europei. E la sua apertura alla società civile indica che può costituire una nuova sponda per la nostra azione. Per ora ha chiaro il nemico – l’Europa intergovernativa – e l’obiettivo ultimo della federazione, ma non si è ancora dato una strategia. Possiamo usare le nostre campagne anche per indicare i temi e le questioni su cui il Gruppo è chiamato a dare battaglia, rispetto alle due parallele questioni dell’utilizzo massimo del quadro di Lisbona – anche per mostrarne i limiti – e del suo superamento mediante la presentazione di emendamenti al Trattato che ne alterino l’impostazione, tormando a porre sul tavolo di chi partecipa all’UE l’obiettivo della Federazione, anche rispetto alle modalità di ratifica della riforma – come già accaduto a Philadelphia, e nel Progetto Spinelli del 1984.

Non va dimenticato che una nuova Convenzione convocata per discutere gli emendamenti effettivamente presentati sarebbe ben diversa dalla precedente, sostanzialmente ostaggio del Presidium e dai testi di lavoro da esso predisposti.

Ovviamente, questo implica di includere, come da tempo e da più parti richiesto, anche il Parlamento europeo tra i destinatari della Campagna per la Federazione europea e dei relativi Appelli e documenti in cui la campagna si articola – e su cui incredibilmente continua ad esserci una certa confusione sui nomi anche sul sito del MFE, nonostante i documenti approvati e l’opportuna segnalazione di Nicola Forlani qualche settimana fa. Al riguardo sarebbe forse utile predisporre una pagina della Campagna per la Federazione Europea ben visibile nella homepage del sito del MFE. Un testo rivolto essenzialmente solo a Francia e Germania può infatti essere un utile documento di pressione rispetto a tali Paesi, ma non il testo-base di una Campagna, che andrà concordata a livello europeo.

3. Le necessità di una “rottura”

L’esperienza della precedente fase di riforma istituzionale ha confermato che nell’Europa dei 27 all’unanimità nessuna riforma è possibile. L’azione per aprire una nuova fase di riforma deve essere accompagnata dalla rivendicazione che essa deve essere portata avanti anche solo da un’avanguardia di Stati se non tutti fossero disponibili al completamento dell’unità federale. E’ evidente che serve una rottura, che può essere politicamente percorribile di fronte all’opinione pubblica solo scaricandone la responsabilità su chi sta fuori. La rottura è uno strumento necessario per arrivare all’obiettivo della federazione, ma non è e non va presentato come obiettivo a sé stante.

Bisogna portare la classe politica più europeista ad accettare l’idea della necessità della rottura, ovvero mostrare l’impossibilità/inefficacia anche delle nuove procedure previste dal Trattato di Lisbona (passerelle, nuova procedura di emendamento, ecc.), che però vanno esperite per predisporre un progetto di riforma (una posta in gioco) su cui valga la pena di “rompere”. E bisogna fornire il segnale che l’opinione pubblica vuole più Europa, in una fase in cui l’euroscetticismo sembra nuovamente in ascesa, e rischia di sembrare che l’Europa sia vista più come un problema – vincoli ai bilanci nazionali – che come la soluzione.

4. Che cosa chiedere? E come?

Discende da quanto detto che nella nostra campagna uno dei punti essenziali dovrà essere l’individuazione di quali emendamenti richiedere. Sinteticamente potremmo riassumerli con:

  1. l’abolizione generalizzata dell’unanimità;

2. la trasformazione della Commissione in un vero governo;

3. l’istituzione di una fiscalità europea e di forze di sicurezza europee;

4. una norma transitoria sulla ratifica del nuovo testo mediante referendum europeo, e sua entrata in vigore tra gli Stati in cui sia stata raggiunta la maggioranza, facendo salvo l’acquis communitaire, per gli altri.

Quest’ultimo emendamento equivale di fatto a porre fin dall’inizio la rottura come strumento per la fondazione della Federazione, ma sfruttando le norme stesse del TdL.

Essendo previsto dal trattato il diritto di iniziativa popolare, presentare proposte così radicali senza quel tipo di consenso sarebbe politicamente molto debole. E’ dunque inevitabile una campagna popolare volta a raccogliere un milione di firme, senza le quali saremmo poco credibili, e soprattutto non daremmo il segnale del risveglio del popolo europeo, senza questo segnale, d’altronde, né il Parlamento né i governi si impegnerebbero in un’impresa così rivoluzionaria. Inutile sottolineare che l’impresa è estremamente ardua, ma fare la federazione europea non è mai stato un compito semplice. La crisi in corso è esistenziale e la linea d’azione volta a trovare alleanze messa positivamente in atto in Piemonte, segnala che sono possibili significative convergenze con molte forze della società civile, e certamente anche con i partiti. Se i federalisti non avranno il coraggio di battersi per raccogliere il consenso dei cittadini per il salto federale, difficilmente tale coraggio potrà averlo la classe politica nel prendere un’iniziativa adeguata al raggiungimento della Federazione europea.

Gruppo Spinelli

Venerdì 25 febbraio
alle h 15.00

presso il CIME (sede MFE Roma)
Piazza della Libertà 13 – Roma

Si discuterà sulle attività in corso a livello europeo, sugli aspetti organizzativi e su iniziative congiunte con forze politiche locali e nazionali

Per info e adesioni:

gruppospinelli@hotmail.it

Il Manifesto del Gruppo Spinelli in italiano:

Manifesto del Gruppo Spinelli

22-02-11 da Notizie ASCA

UE: AICREE, SERVE GOVERNO FEDERALE  

E PARLAMENTO A SUFFRAGIO UNIVERSALE

AICCRE

(ASCA) – Roma, 22 feb – ”Il sistema dei poteri locali e regionali puo’ costituire la base del cambiamento nella cornice dell’Europa unita e federale”. E’ quanto dichiarano Vincenzo Menna ed Emilio Verrengia, rispettivamente segretario generale e segretario generale aggiunto dell’Aiccre (Sezione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, Ccre), in previsione del XIV congresso dell’associazione che si terra’ il 3, 4 e 5 marzo prossimi.”Perche’ il cambiamento sia sostanziale e’ necessario – secondo i dirigenti dell’Aiccre – un governo sopranazionale, federale, dell’Unione Europea che risponda ad un Parlamento eletto a suffragio universale e diretto ed a un Senato degli Stati anche rappresentativo dei poteri locali e regionali”. 

In secondo luogo ”occorre una Costituzione dell’Unione europea che fissi in maniera inequivocabile i principi e i valori della nostra tradizione culturale a partire dal rispetto della persona umana”.

Per Menna e Verrengia il Congresso sara’ ”non solo, dunque, un momento di riflessione per l’associazione ma un luogo che andra’ oltre l’autoreferenzialita’ e si porra’ come soggetto attivo nel dibattito politico intorno all’Europa e agli Enti locali”.

”Si affrontera’ con passione – assicurano – anche il tema del federalismo interno e della necessita’ della semplificazione istituzionale e lo si fara’ tenendo conto di un assunto fondamentale: uniti si e’ piu’ forti ed ecco perche’ nella nostra azione politica e culturale – aggiungono Menna e Verrengia – stiamo lavorando ad un rinnovato rapporto di collaborazione con le altre Associazioni dei poteri locali e regionali: Anci (Associazione nazionale comuni italiani), Upi (Unione delle province d’Italia), Legautonomie, Uncem (Unione nazionale comuni, comunita’ ed enti montani)”.

L’Aiccre inoltre conferma ”l’esigenza di uno stretto rapporto con le Organizzazioni federaliste, Mfe (Movimento federalista europeo), Cime (Consiglio italiano del movimento europeo), Aede (Associazione europea degli insegnanti), Cife (Centro italiano di formazione europea), necessario per rendere piu’ efficace e sinergica l’azione per la costruzione di una Unione europea su basi federali che ciascuno di questi soggetti esercita nel proprio ambito”.

”C’e’ grande fermento – concludono Menna e Verrengia – e tanta volonta’ da parte nostra di contribuire a dare slancio all’azione dei poteri locali e regionali nell’ambito dell’Europa unita affinche’ tutte le risorse economiche, sociali, culturali possano esplicarsi appieno per il superamento della crisi economica, finanziaria, politica ma anche identitaria che viviamo”.

res-map/mcc/rob

Tratto da www.asca.it

Per approfondimenti sul federalismo europeo partendo

dall’azione dei poteri locali:

Documento_politico AICCRE

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