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La Gioventù Federalista europea lancia un’azione a favore della Democrazia in Bielorussia.

La Bielorussia, ultima dittatura in Europa, costituisce un chiaro esempio di restrizione dei diritti umani , in cui le opposizioni sono discriminate e la stampa è sistematicamente controllata dal regime del presidente Lukashenko, negando il diritto alla libertà di espressione e i più fondamentali diritti politici ai suoi cittadini.

Per questo gli Young European Federalists in decine di città europee e la Gioventù Federalista Europea in diverse città italiane lanciano un’azione a supporto della democrazia in Bielorussia e ricordando all’Unione europea che non è più tempo dell’ambiguità su questo tema è che ormai necessario “rilanciare il progetto di unificazione degli europei per permettere un pieno sviluppo della democrazia a livello europeo”.

Secondo i giovani federalisti europei, “le nuove generazioni hanno la responsabilità di chiedere e promuovere attivamente l’affermazione dei valori della libertà, della pace e della democrazia con la costruzione di una Federazione europea, anche a partire da un’avanguardia di paesi, che possa riorganizzare l’Europa in senso democratico e possa agire all’esterno per l’affermazione di questi valori anche e non solo in Bielorussia”.

22-02-11 da Notizie ASCA

UE: AICREE, SERVE GOVERNO FEDERALE  

E PARLAMENTO A SUFFRAGIO UNIVERSALE

AICCRE

(ASCA) – Roma, 22 feb – ”Il sistema dei poteri locali e regionali puo’ costituire la base del cambiamento nella cornice dell’Europa unita e federale”. E’ quanto dichiarano Vincenzo Menna ed Emilio Verrengia, rispettivamente segretario generale e segretario generale aggiunto dell’Aiccre (Sezione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, Ccre), in previsione del XIV congresso dell’associazione che si terra’ il 3, 4 e 5 marzo prossimi.”Perche’ il cambiamento sia sostanziale e’ necessario – secondo i dirigenti dell’Aiccre – un governo sopranazionale, federale, dell’Unione Europea che risponda ad un Parlamento eletto a suffragio universale e diretto ed a un Senato degli Stati anche rappresentativo dei poteri locali e regionali”. 

In secondo luogo ”occorre una Costituzione dell’Unione europea che fissi in maniera inequivocabile i principi e i valori della nostra tradizione culturale a partire dal rispetto della persona umana”.

Per Menna e Verrengia il Congresso sara’ ”non solo, dunque, un momento di riflessione per l’associazione ma un luogo che andra’ oltre l’autoreferenzialita’ e si porra’ come soggetto attivo nel dibattito politico intorno all’Europa e agli Enti locali”.

”Si affrontera’ con passione – assicurano – anche il tema del federalismo interno e della necessita’ della semplificazione istituzionale e lo si fara’ tenendo conto di un assunto fondamentale: uniti si e’ piu’ forti ed ecco perche’ nella nostra azione politica e culturale – aggiungono Menna e Verrengia – stiamo lavorando ad un rinnovato rapporto di collaborazione con le altre Associazioni dei poteri locali e regionali: Anci (Associazione nazionale comuni italiani), Upi (Unione delle province d’Italia), Legautonomie, Uncem (Unione nazionale comuni, comunita’ ed enti montani)”.

L’Aiccre inoltre conferma ”l’esigenza di uno stretto rapporto con le Organizzazioni federaliste, Mfe (Movimento federalista europeo), Cime (Consiglio italiano del movimento europeo), Aede (Associazione europea degli insegnanti), Cife (Centro italiano di formazione europea), necessario per rendere piu’ efficace e sinergica l’azione per la costruzione di una Unione europea su basi federali che ciascuno di questi soggetti esercita nel proprio ambito”.

”C’e’ grande fermento – concludono Menna e Verrengia – e tanta volonta’ da parte nostra di contribuire a dare slancio all’azione dei poteri locali e regionali nell’ambito dell’Europa unita affinche’ tutte le risorse economiche, sociali, culturali possano esplicarsi appieno per il superamento della crisi economica, finanziaria, politica ma anche identitaria che viviamo”.

res-map/mcc/rob

Tratto da www.asca.it

Per approfondimenti sul federalismo europeo partendo

dall’azione dei poteri locali:

Documento_politico AICCRE

Il Movimento Federalista Europeo, mantenendo fede ai valori di democrazia, di liberta` e di pace che da sempre promuove e che sono alla sua stessa base, partecipera`, pur nella propria indipendenza, alla manifestazione di oggi alle ore 18,30 al Pantheon a favore della Democrazia in Libia organizzata dal PD

 

 

 

 

 

 

 

di Lucio Levi

 

Dopo la caduta dei regimi fascisti nell’Europa mediterranea, in America latina e in Asia e di quelli comunisti nella grande regione che per cinquant’anni è stata soggetta al dominio dell’Unione Sovietica, ora è giunto il momento del risveglio dei popoli arabi. Quella che Huntington ha chiamato la “terza ondata” del processo di democratizzazione, cominciata nel 1974 con la rivoluzione portoghese, non si è dunque esaurita.

I governi dell’Unione europea e degli Stati Uniti sono stati colti di sorpresa dal moto spontaneo della masse popolari che hanno invaso le piazze delle città dell’Africa del nord e del Medio Oriente. In nome della stabilità internazionale essi hanno appoggiato fino all’ultimo i vecchi e cadenti regimi oppressivi e corrotti di Tunisia ed Egitto e ne hanno accolto la caduta con disappunto. I governi dell’UE, e purtroppo anche il Parlamento europeo, non hanno trovato parole né formulato proposte politiche per intervenire sul grandioso movimento di liberazione in corso. Il sistema internazionale, con il declino dell’influenza degli Stati Uniti e l’assenza dell’Europa non sembra avere le risorse economiche e di potere né la visione politica per influire positivamente sugli avvenimenti in corso e per aiutare e orientare la transizione alla democrazia.

È sconfortante osservare come i dirigenti politici europei percepiscano il movimento dei popoli che si vogliono liberare dall’oppressione dei loro governi solo in termini di sicurezza e propongano solo di inviare poliziotti a presidiare le coste. È questa l’Europa che non vogliamo: l’Europa fortezza che si chiude in se stessa, che esibisce il volto odioso della xenofobia, che esclude la Turchia perché islamica, che in nome della religione cristiana rappresenta il proprio Dio con le fattezze dell’uomo occidentale. Il progetto dell’Unione per il Mediterraneo (2008) che doveva approfondire il Partenariato euro-mediterraneo (1995) è fallito. La riunione dei governi di questa associazione, prevista per lo scorso dicembre, non si è tenuta. L’area di libero scambio progettata per il 2010 non si è realizzata, né i governi europei hanno onorato l’impegno a interrompere la cooperazione economica con i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo che non rispettano i diritti umani.

Va rilevato che lo schema dell’allargamento, adottato per i paesi dell’Europa centro-orientale, e della loro inclusione nell’UE non può essere riprodotto per il Nord Africa e il Medio Oriente. Questa regione è la sede di un’organizzazione internazionale – la Lega araba –, la quale è il potenziale veicolo di un processo di integrazione regionale, che dovrebbe includere anche Israele. Purtroppo l’integrazione è di là da venire. Se consideriamo il Maghreb, solo l’1-2% del commercio estero di questi paesi si sviluppa all’interno della regione. Eppure la Commissione per l’Africa dell’ONU valuta che l’integrazione economica del Maghreb consentirebbe di aumentare del 5% il PIL della regione. L’UE, che ha continuato a tenere rapporti bilaterali con il Nord Africa, avrebbe potuto incoraggiare l’integrazione regionale, come hanno fatto gli Stati Uniti con l’Europa quando hanno lanciato il Piano Marshall, condizionando l’erogazione degli aiuti alla formulazione di un piano di ricostruzione concertato in comune.

Lo spauracchio dell’estremismo islamico, agitato dai governi dell’Occidente per giustificare il sostegno ai regimi autoritari, appartiene a una logica del passato, che non tiene conto dello sviluppo economico, della modernizzazione sociale e della secolarizzazione in corso nella regione. La diffusione dell’istruzione soprattutto tra le giovani generazioni e la diminuzione del tasso di natalità, che è una conseguenza della crescita dell’istruzione delle donne, hanno avvicinato queste popolazioni ai valori di libertà e uguaglianza tipici delle società più sviluppate. Queste sono le condizioni oggettive che hanno fatto emergere una società civile e il pluralismo. Il fondamentalismo islamico è una corrente reazionaria che vuole contrastare questa tendenza. E infatti esso sembra essere il principale sconfitto nella rivoluzione in corso. All’avanguardia del movimento ci sono i giovani, i quali, malgrado la buona istruzione, sono penalizzati dall’esclusione dal mercato del lavoro. Essi hanno usato i nuovi mezzi di comunicazione ai fini della mobilitazione, sostituendosi ai partiti e alle altre organizzazioni della politica tradizionale. Ciò che colpisce in questo movimento è la mancanza di leaders nel senso tradizionale della parola. La figura di leader dei tempi nuovi è l’egiziano Wael Ghonim, un funzionario di Google.

Le inconsuete dimensioni della rivoluzione mostrano che il mutamento economico e sociale, sviluppatosi sull’onda della globalizzazione, richiede in modo imperativo cambiamenti politici e istituzionali. Qui sta il mistero che la “vista corta” delle élites politiche dell’Occidente non ha saputo penetrare. Non era un mistero per Emmanuel Todd, il quale dieci anni fa (nel libro Après l’empire) aveva diagnosticato il passaggio alla modernità del mondo islamico e aveva previsto il cambio istituzionale.

Va notato che gli anelli deboli del mondo arabo, dove è cominciato il crollo dei vecchi regimi – la Tunisia e l’Egitto – sono paesi privi di petrolio. Invece i paesi produttori di petrolio hanno risorse per promuovere il consenso tramite la concessione di servizi gratuiti alla popolazione (acqua, elettricità, istruzione ecc.). E infatti questi ultimi hanno mostrato una maggiore resistenza al contagio del movimento rivoluzionario.

La polizia in Tunisia e l’esercito in Egitto hanno il merito di avere favorito la caduta delle dittature senza un bagno di sangue, che purtroppo si preannuncia come un’eventualità per altri paesi. L’immensa piazza Tahrir del Cairo, dove si è riunito il popolo che ha determinato la caduta di Mubarak, non è stata una nuova piazza Tienanmen. Va notato che i militari hanno svolto un ruolo progressista in altre occasioni, a cominciare dal colpo di stato di Nasser, che nel 1952 spodestò re Faruk. Quando, dopo la rivoluzione khomeinista in Iran (1979), le elezioni aprirono la strada all’affermazione dei principi della repubblica islamica prima in Turchia, poi in Algeria, furono ancora i militari che impedirono l’affermazione dell’integralismo islamico. In tutto il mondo arabo sono le forze armate l’unica struttura che può guidare la transizione alla democrazia, con tutti i rischi che ciò comporta. Per molti anni sui popoli arabi incomberà il rischio che la democrazia possa ridursi a un’istituzione di facciata e che il potere reale resti nelle mani dei generali, come mostra il caso del Pakistan. D’altra parte, va sottolineato che, se i militari turchi hanno ceduto il potere, lo si deve soprattutto alle pressioni che l’UE ha esercitato nel corso dei negoziati per l’adesione della Turchia.

Gli esempi sopra ricordati provano che le elezioni sono una condizione necessaria ma non sufficiente della democrazia. La transizione alla democrazia sarà un percorso lungo e irto di insidie. Tanti anni di governi autoritari hanno distrutto (o non hanno permesso che si formassero) le strutture associative essenziali perché le elezioni possano aprire la strada a un governo democratico: partiti politici, sindacati indipendenti, associazioni della società civile. La transizione avrà successo se saranno elaborate le norme costituzionali che assicurino la formazione di uno spazio pubblico dove il dibattito politico e la selezione dei leaders possano avvenire in modo libero e trasparente.

Su queste basi potrà risorgere il panarabismo all’insegna della solidarietà tra popoli che hanno scelto la libertà e la vogliono difendere costruendo istituzioni comuni e avviando un processo federativo in seno alla Lega araba.

DICHIARAZIONE DEL

MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO

SULL’ATTUAZIONE DEL “FEDERALISMO FISCALE”

IN ITALIA

1. Il federalismo fiscale è la traduzione in termini finanziari di un sistema istituzionale federale di governo. Un governo federale è un insieme di governi indipendenti e coordinati: ogni livello di governo, nell’esercizio delle sue funzioni, non è subordinato agli altri, ma si coordina con essi. L’autonomia finanziaria dei diversi livelli di governo è garantita dalla Costituzione e dall’equilibrio tra poteri che sono l’espressione di ambiti territoriali differenti rappresentati in rami distinti di assemblee parlamentari bicamerali. La legge di bilancio, la politica di perequazione ed eventuali interventi sulla fiscalità, modificativi dei flussi finanziari a favore di un livello di governo a scapito degli altri, vengono approvati, come nel caso del federalismo cooperativo, nel corso di una riunione congiunta delle camere che rappresentano tutti i livelli di governo interessati e non uno solo.

 

2. Il federalismo fiscale è lo strumento attraverso cui una comunità politica federale intende perseguire l’obiettivo della solidarietà e della massimizzazione del bene pubblico dei suoi cittadini. Esso supera il limite fondamentale di una struttura di governo centralizzata che, garantendo un livello uniforme di prestazioni su tutto il territorio, non tiene conto della diversità del sistema di preferenze che caratterizza ciascuna comunità regionale. Con l’offerta di beni pubblici, i cui benefici si estendono in un ambito territoriale definito, affidata all’ente responsabile del governo di quell’area, esso fornisce i servizi nella quantità e nella qualità richiesta dai cittadini che ne usufruiscono. La massimizzazione del benessere è così garantita in misura appropriata in quanto ciascun ente è indotto a fornire la combinazione di beni pubblici e beni privati che meglio risponde alle preferenze dei suoi cittadini. Poiché la combinazione prescelta da un singolo ente non corrisponderà necessariamente a quella ritenuta ottimale dagli altri enti del medesimo livello, la struttura federale di offerta di beni pubblici consentirà così un miglior adeguamento alle preferenze individuali rispetto ad una struttura centralizzata. Oggi, l’articolazione dell’offerta di beni pubblici deve includere anche il livello europeo, cui deve competere l’offerta esclusiva di beni di cui beneficiano i cittadini europei, come ad esempio la politica estera e di sicurezza.

 

3. Quasi nulla di tutto questo si sta verificando in Italia con quella che viene correntemente chiamata “l’attuazione del federalismo fiscale”. La realizzazione di quanto previsto al Titolo V riformato della Costituzione italiana non avviene con la partecipazione dei diversi livelli di governo di un sistema federale che ancora non esiste, in quanto non sono previsti né un Senato delle regioni a livello nazionale, né una Camera delle autonomie locali a livello regionale. Il processo in corso in Italia non avviene quindi con la partecipazione dei diversi livelli di governo in cui si dovrebbe articolare un sistema federale di governo, bensì sotto la spinta di un partito politico sensibile alle istanze dell’autonomia regionale, a cui si contrappongono altri partiti più sensibili ad istanze centralistiche. In secondo luogo, il modo in cui si sta procedendo all’attuazione dell’incompleto Titolo V della Costituzione avviene secondo una procedura che vede protagonista il solo livello superiore di governo, da cui provengono provvedimenti legislativi oggi favorevoli all’attribuzione di maggiore autonomia fiscale ai livelli inferiori di governo, ma che, in assenza di istituzioni interessate alla difesa di una equilibrata distribuzione del potere tra diversi livelli territoriali di governo, possono venire ribaltati in seguito all’emergere di un contesto politico ed economico diverso e meno favorevole. Pertanto, l’operazione in atto in Italia può al massimo definirsi di “decentramento fiscale”, ma non di realizzazione del “federalismo fiscale”. Ne costituisce una prova ulteriore la clausola, ripetuta nei provvedimenti approvati o in corso di approvazione, secondo cui l’obiettivo è quello di “mantenere inalterato il prelievo fiscale complessivo a carico del contribuente”. Pertanto, se i cittadini di una o più comunità regionali che appartengono alla medesima comunità politica federale fossero, in ipotesi, favorevoli all’aumento della pressione fiscale per godere della fornitura di migliori beni e servizi pubblici, riducendo la capacità di acquisto di beni privati, potrebbero farlo solo a scapito delle imposte versate al livello superiore di governo, oppure dovrebbero rinunciarvi in nome della subordinazione a quest’ultimo. In entrambi i casi, ci si troverebbe di fronte alla negazione del federalismo e del principio di sussidiarietà richiamato dal Trattato – costituzione di Lisbona.

 

4. Ma l’Italia, oltre ad essere impegnata nella politica di “decentramento fiscale”, con il Trattato – costituzione di Lisbona si trova impegnata anche nella difesa dell’euro e nel portare a compimento l’obiettivo dell’unificazione politica europea. L’Italia è il primo paese, di cui si abbia conoscenza, con un debito pubblico pari a circa il 120% del Prodotto Interno Lordo e del cui rimborso è responsabile unicamente il livello superiore di governo, intento in un vasto processo di decentramento del gettito fiscale. In base all’esperienza più recente, quei paesi che hanno esteso a nuovi Stati membri il meccanismo federale (Germania), o che sono passati da un sistema istituzionale centralizzato ad uno federale (Brasile) hanno visto aumentare la spesa pubblica locale. In secondo luogo, oltre all’ammonimento di Wheare (“Il federalismo è un sistema dispendioso, tanto che sorge sempre il problema se l’indipendenza che esso offre controbilanci il prezzo a cui la si deve pagare”), occorre tenere presente che, nel caso specifico dell’Italia, ad oggi la spesa pubblica dei livelli inferiori di governo si sviluppa più velocemente di quella del livello superiore. Ciò significa che nell’attuale contesto di forte instabilità finanziaria che sta interessando il mondo industrializzato ed in particolare l’area dell’euro, l’Italia rischia di essere coinvolta in un’improvvisa e grave crisi finanziaria. Non bisogna, infatti, sottovalutare il fatto che, a regime, il decentramento in atto comporterà una riduzione di circa il 50% del gettito fiscale a garanzia del debito pubblico che continuerà a far capo al solo governo centrale. Poiché, come ricordava il compianto Tommaso Padoa-Schioppa, il governo dell’economia è soggetto al voto di un doppio elettorato, quello dei cittadini e quello del mercato, è verosimile attendersi che quest’ultimo sanzionerà gravemente il debito dell’Italia.

 

5. Per queste ragioni, i federalisti, convinti che l’Italia debba procedere risolutamente verso l’obiettivo di un’Italia federale in un’Europa federale, ribadiscono la necessità dell’avvio di un governo di unità costituzionale che abbia come obiettivi:

– il completamento della riforma del Titolo V della Costituzione, con l’istituzione di un Senato delle regioni e, a livello regionale, di una Camera regionale delle autonomie locali, in modo che ciascun livello di governo sia responsabile di fronte ai propri cittadini dell’approvazione della legge di bilancio e della politica di perequazione di competenza;

– l’impegno a portare il debito pubblico sotto il 100% del PIL nell’arco di cinque anni come premessa all’inserimento nella Costituzione e negli Statuti regionali di un vincolo massimo all’indebitamento pubblico nel pieno rispetto dei vincoli del Patto europeo di Stabilità e Sviluppo;

– l’accorpamento degli enti locali – come fece la Germania nel corso delle riforme organizzative degli anni ’60 e ‘70, quando ridusse il numero di Comuni da circa 20.000 a 10.000 e come ha fatto la Grecia nel 2010, che ha ridotto il numero di Province e prefetture da 76 a 13 ed il numero di Comuni da 1.034 a 325 -, come parziale contributo alla riduzione della spesa pubblica;

– l’avvio di una cooperazione strutturata europea nel settore della politica di sicurezza, riducendo così la spesa pubblica nazionale nel settore della difesa;

– la completa attuazione di quanto previsto dal Trattato di Lisbona, anche con il ricorso allo strumento delle cooperazioni rafforzate, per quanto riguarda l’attuazione di una politica industriale europea nei settori dell’industria avanzata, dell’energia e della ricerca, al fine di sostenerne la produttività e la crescita;

– il potenziamento del bilancio europeo, con l’introduzione di un’imposta europea ed il ricorso agli “Union bonds”, come condizione necessaria per l’estensione a livello europeo dei principi del federalismo fiscale e l’avvio di un piano europeo di sviluppo sostenibile.

Riportiamo di seguito la mozione di politica generale presentata dal Segretario e dal Presidente

Il XXV Congresso del Movimento Federalista Europeo, riunito a Gorizia l’11 – 12 – 13 marzo 2011,

ricorda

– che settant’anni fa a Ventotene fu redatto il Manifesto per un’Europa libera e unita, in cui si affermava che la linea di divisione tra conservazione e progresso passa tra nazionalismo e federalismo;

– che il Movimento federalista europeo fu fondato per affermare la priorità dell’obiettivo federalista in Europa e nel mondo;

– che l’obiettivo indicato nel Manifesto di Ventotene resta tuttora attuale e continua a ispirare l’azione del MFE.

Riafferma

  • che la causa principale dei mali di cui soffre il mondo sta nel fatto che la fine dell’ordine mondiale monopolare e del disegno egemonico degli Stati Uniti non è stata accompagnata dalla formazione di un nuovo ordine mondiale;
  • che la crisi finanziaria, economica, ambientale, energetica, alimentare, la proliferazione nucleare, il terrorismo e la criminalità internazionali sono problemi che non riescono ad essere affrontati alla radice, perché le organizzazioni internazionali, in primo luogo l’ONU, sono prive di un potere proprio e quindi sono paralizzate dal principio nefasto della sovranità nazionale assoluta;
  • che, a causa della contraddizione tra un mercato e una società civile che si stanno globalizzando e la politica che resta prigioniera degli schemi nazionali, le decisioni dalle quali dipende il destino dei popoli tendono a spostarsi fuori dalle istituzioni rappresentative verso attori non statali privati; ne consegue che bisogna globalizzare la democrazia prima che la globalizzazione distrugga la democrazia.
  • che anche l’UE, che pure si è spinta più avanti rispetto alle altre organizzazioni internazionali sulla via del superamento della sovranità nazionale e dell’affermazione della democrazia internazionale, non riesce a dare risposte efficaci e credibili ai maggiori problemi del nostro tempo, perché, malgrado la moneta unica, non dispone dei mezzi né per governare l’economia europea, né per parlare con una sola voce nel mondo e soprattutto per il fatto che, malgrado abbia un Parlamento eletto direttamente, i cittadini non hanno il potere di scegliere chi li governa a livello europeo;
  • che l’accentramento del potere negli Stati nazionali, che impedisce ai governi di fare fronte ai grandi problemi dai quali dipende il nostro avvenire, impedisce anche l’autogoverno regionale e locale e la trasformazione in senso federale degli Stati nazionali.

Constata

  • che in questa situazione di potere, finora subita passivamente dalle élite politiche e culturali del mondo, le energie sociali che si formano a tutti i livelli diversi da quello nazionale, prive del riferimento ad altri livelli di governo democratici e indipendenti – sul piano locale, europeo e mondiale -, non possono né manifestarsi con successo né ambire a controllare il processo storico-sociale in corso per contribuire a risolvere i grandi problemi del nostro tempo e le sfide poste dalla globalizzazione;
  • che a causa dell’impotenza dei governi e delle classi dirigenti di fronte alle sfide globali stanno prendendo il sopravvento tendenze negative, se non addirittura distruttive, nella selezione della classe politica, nella partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e nelle aspettative, specialmente nel mondo giovanile, circa il proprio futuro e il proprio lavoro;
  • che in questo quadro i governi nazionali europei, impotenti di fronte alla gravità dei problemi di dimensione europea e mondiale, non sono in grado né di assicurare l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo, né di offrire un valido contributo per promuovere una riforma dell’ordine politico e finanziario internazionale, né di condurre politiche innovative nel campo della sicurezza militare ed ambientale. Ostinandosi a mantenere nelle loro mani il potere di decidere in settori cruciali, anche se non possono più esercitarlo in modo autonomo, essi lasciano di fatto i loro cittadini in balia delle forze non governate della globalizzazione e delle decisioni dei vecchi e nuovi poli del potere in campo economico, energetico, tecnologico e militare. Vecchi e nuovi poli che – a meno che non mutino gli equilibri di potere in modo che possano maturare le condizioni per governare il mondo in modo più giusto, democratico, pacifico ed ecologicamente sostenibile – saranno inevitabilmente indotti a cercare di conservare ed accrescere la propria condizione di superiorità economico-finanziaria, tecnologica e militare.

Ribadisce

  • che la Federazione europea cambierebbe le prospettive: a) sullo scenario internazionale, in quanto essa disporrebbe di un potere contrattuale sufficiente e credibile – sia sul terreno economico, monetario, energetico e ambientale sia su quello della sicurezza – per inserirsi nel dialogo sulla riforma dell’ordine economico e monetario e sul disarmo; b) su quello europeo in quanto aprirebbe una nuova era di sviluppo politico nella vita di tutti gli europei;
  • che, proprio in quanto scopo ultimo della lotta federalista resta la Federazione mondiale, il federalismo non potrà dirsi davvero realizzato finché le istituzioni federali non si saranno estese a tutte le regioni del mondo e al mondo intero.

In questa ottica, considerando la sfida che maggiormente incombe oggi sull’Europa, cioè la crisi economica e finanziaria, dal cui esito dipende in gran parte il futuro degli europei, il Congresso del MFE rileva

  • che oggi l’UE rischia di essere travolta dalla crisi del debito sovrano degli Stati che minaccia la sopravvivenza dell’euro e quindi dello stesso mercato unico;
  • che la radice dell’attuale debolezza europea deriva dal fatto di aver creato una moneta senza Stato e di aver dato vita ad un mercato senza governo;
  • che le istituzioni europee, create dopo la fine della seconda guerra mondiale all’ombra dell’egemonia americana, nel nuovo quadro mondiale oggi in formazione risultano inadeguate e insostenibili a causa della loro subordinazione agli Stati nazionali, del deficit democratico che le indebolisce e della loro irrilevanza sul piano internazionale;

sottolinea la contraddittoria azione dei governi

  • che da un lato sono costretti ad intervenire per sostenere i paesi in difficoltà per salvare l’euro, mentre dall’altro cercano di mantenere il controllo delle politiche economiche, fiscali e di bilancio a livello nazionale, limitandosi a rafforzare regole che tutti si sono finora dimostrati incapaci di rispettare e di far rispettare.

Constata

  • che questo atteggiamento dimostra una preoccupante mancanza di volontà politica da parte dei paesi membri dell’Unione europea, e in particolare di quelli dell’Eurozona, di proseguire sulla strada della creazione di un potere europeo sovranazionale;
  • che l’alternativa tra Federazione europea e caos non può essere ignorata, come ormai testimoniano i sempre più frequenti richiami di commentatori e politici alla necessità di un soprassalto politico, alla creazione degli Stati Uniti d’Europa, all’unione fiscale federale e così via.

Pertanto il MFE ribadisce il proprio sostegno a tutte quelle iniziative che sono rivolte ad accrescere la solidarietà tra i paesi membri, a rafforzare il quadro di integrazione a livello europeo e a impedirne la disgregazione, a decidere con il voto non solo i rappresentanti nel Parlamento europeo, ma anche i responsabili del governo dell’Unione europea, a partire dall’elezione del Presidente della Commissione, quali

  • sul terreno economico e finanziario:

a) l’evoluzione del patto di stabilità nella direzione di un coordinamento vincolante delle politiche di bilancio degli Stati membri dell’Eurozona, intesa come sviluppo dell’iniziativa in corso del “semestre europeo di bilancio”;

b) il rafforzamento del “Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria”, varato dai paesi dell’euro nel momento più acuto della crisi greca, e la sua evoluzione in un’Agenzia federale del debito, per assicurare il rigore nella gestione delle finanze pubbliche e per consentire agli Stati indebitati di ottenere prestiti a tassi inferiori a quelli di mercato;

c) l’emissione di Union Bonds per finanziare infrastrutture ed altri investimenti di interesse comune europeo e che potrebbero essere garantiti istituendo risorse proprie dell’Unione ed in particolare la carbon tax per finanziare la ricerca e la riconversione ecologica dell’economia europea;

d) l’apertura di un dibattito sulla natura e la consistenza del bilancio dell’UE, promuovendo un’Assise dei rappresentanti dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo;

e) il rafforzamento e l’ampliamento dei compiti delle istituzioni dell’Eurogruppo;

f) la rappresentanza unica europea in seno al FMI per consentire ai paesi dell’Eurogruppo di partecipare alla riforma del sistema monetario internazionale e per promuovere il passaggio da un sistema dominato dal dollaro a un sistema multilaterale fondato su un paniere di monete – che includa anche le monete dei principali paesi emergenti –, inteso come tappa verso una moneta di riserva mondiale;

  • sul terreno della politica estera e della sicurezza:
  1. le iniziative di cooperazione strutturata a partire da Francia e Germania ;
  2. la rappresentanza unica europea in seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU;
  • sul terreno istituzionale
  1. la maturazione della volontà politica in un primo nucleo di paesi (innanzitutto Francia, Germania e Italia) di promuovere un salto verso l’unità politica federale;

un’iniziativa rivolta ai parlamentari europei e nazionali (a partire da quelli appartenenti ai paesi dell’Eurogruppo) per porre al centro della loro agenda politica il problema dell’unione politica europea.

Ribadisce

  • che solo con la nascita della Federazione europea, gli europei potranno tornare a progettare il proprio futuro, perseguendo un nuovo modello di sviluppo ecologico e sostenibile, difendendo e aggiornando le conquiste dello stato sociale, tutelando i diritti civili, sociali e politici di ciascun individuo, contribuendo alla nascita di un ordine mondiale cooperativo, sostenendo la pace e il processo di disarmo, rafforzando le istituzioni internazionali e indicando la via per la pace mondiale;
  • che, per giungere alla formazione della Federazione europea, occorre attivare una procedura costituente pienamente democratica, alla quale siano associati i cittadini, a partire da un’avanguardia di Stati;
  • che l’obiettivo deve pertanto essere quello della convocazione di una Convenzione costituente investita del mandato di elaborare la costituzione federale; questa assise dovrà associare gli organi parlamentari e di governo dei paesi decisi ad unirsi nella Federazione insieme a rappresentanti della Commissione europea e del Parlamento europeo;
  • che questa Convenzione, diversamente da quanto previsto dal Trattato di Lisbona, che pure indica un progresso verso il superamento del metodo delle conferenze intergovernative e del monopolio dei governi sul potere di revisione dei Trattati, dovrà avere le seguenti caratteristiche:

a) il veto di uno o più Stati non potrà impedire che la Convenzione possa riunirsi e prendere le proprie decisioni

  • b) per quanto riguarda il metodo di decisione in seno a questa assemblea, si dovrà passare dal principio del consensus a quello della doppia maggioranza dei parlamentari e dei governi;
  • c) per quanto riguarda la ratifica, nei paesi che hanno dato vita ai lavori dell’organo costituente, del testo costituzionale da esso elaborato, si dovrà passare dal principio dell’unanimità a quello della maggioranza qualificata dei cittadini e degli Stati, sulla base di un referendum popolare da tenersi simultaneamente in tutti i paesi coinvolti, in modo che la costituzione federale entri in vigore negli Stati che l’hanno ratificata.

Riafferma perciò la volontà di sviluppare la campagna per la Federazione europea, e impegna i suoi organi e le sezioni

  • a promuovere tutte quelle iniziative utili a sostenere il progetto della Federazione europea e dell’iniziativa di un’avanguardia di Stati in tal senso, cui l’Italia dovrebbe partecipare attivamente;
  • a favorire le iniziative del Parlamento europeo, della Commissione o dello stesso Consiglio europeo che consentano avanzamenti del processo di unificazione federale dell’Europa;
  • ad articolare tale campagna nei confronti dell’opinione pubblica, della società civile nelle sue diverse forme organizzate, della classe politica a tutti i livelli, delle istituzioni locali, nazionali ed europee, cercando in primo luogo di stimolare la collaborazione con quelle formazioni (come per esempio il Gruppo Spinelli e l’Intergruppo federalista), dove più forte appare la coscienza della necessità di un’Europa politica;
  • a promuovere la mobilitazione dei cittadini, dei partiti e dei movimenti della società civile, sulla base di un appello rivolto al Parlamento europeo, alla Commissione e al Consiglio europeo, cominciando dal livello locale con la realizzazione del progetto “Cento Città per la Federazione europea”, per convogliare in un unico contesto le diverse iniziative adottate e far sì che le azioni locali possano diventare cumulabili tra loro, riconoscibili all’esterno, proponibili anche fuori dall’Italia, utili per costituire delle reti di contatti – incluse quelle personalità della politica e della cultura, che sempre più di frequente adottano il linguaggio federalista – e per suscitare nuove energie da impegnare in ulteriori azioni di coinvolgimento dell’opinione pubblica su scala più ampia, a partire da una “Convenzione nazionale per la Federazione europea” da tenersi entro il 2012;
  • a privilegiare nell’organizzazione di eventi locali e regionali la formula della “Convenzione dei cittadini” con l’obiettivo di suscitare un grande movimento popolare, coagulando consenso attorno alla battaglia per la Federazione europea;
  • ad adoperarsi perché il prossimo Congresso dell’UEF adotti, pur tenendo conto della specificità delle proprie organizzazioni nazionali, una campagna per la Federazione europea, che sia in grado di mobilitare un ampio schieramento di forze politiche, sociali, economiche e culturali, anche al fine di attivare l’Iniziativa dei cittadini europei, prevista dal Trattato di Lisbona, con la quale un milione di cittadini può chiedere alla Commissione di proporre un atto legislativo dell’UE;
  • a costruire, a questo fine, una rete sovranazionale costituita dalle diverse espressioni del popolo europeo che condividono l’obiettivo della Federazione europea – o che comunque vogliono promuovere progressi in questa direzione – quali coalizioni, alleanze, think tanks, associazioni e movimenti transnazionali portatori di istanze che non possono essere soddisfatte a livello nazionale, ma necessitano dell’intervento di un governo democratico dell’Unione;
  • ad assicurare il proprio sostegno a tutte quelle iniziative promosse dal WFM ed ispirate alla strategia del gradualismo costituzionale che possono prefigurare le prime istituzioni della Federazione mondiale, (quali per esempio la ratifica universale dello Statuto del Tribunale penale internazionale e la creazione di una Assemblea parlamentare dell’ONU, oltre che a campagne che contribuiscano a promuovere il disarmo, a combattere i cambiamenti climatici e ad attuare la riforma del sistema monetario internazionale);
  • a continuare sulla strada già intrapresa di una leadership collettiva e di una direzione collegiale, condizioni indispensabili per valorizzare tutte le energie e per assicurare il passaggio del testimone alle nuove generazioni di federalisti.

di Stefano Pietrosanti

Volenti o nolenti siamo una democrazia che riconosce come principale fonte di partecipazione e scambio tra società civile e organismi democratici i partiti. Questi partiti, nella grande maggioranza, sono organizzati in modo da avere al loro interno movimenti giovanili che formino ed educhino alla vita pubblica e alla copertura delle pubbliche funzioni i loro militanti.

Per queste organizzazioni, passa anche un grandissimo numero di persone che limiteranno il loro impegno politico attivo a quella particolare esperienza e che da quella particolare esperienza trarranno la buona parte delle loro conclusioni su cos’è la politica in genere, è quindi evidente l’interesse generale per tutto ciò, un interesse che trascende largamente quello di qualsiasi partito verso i suoi militanti.

Voglio richiamare questo fatto per ricordare ai cittadini qui presenti il loro ruolo fondamentale nel funzionamento dello stato democratico e liberale. Un ruolo che va molto al di là del dirsi che la politica è bella, un ruolo che indica almeno l’impegno nella ricerca di azioni pratiche da intraprendere.

Ho fatto parte di una giovanile di partito per tre anni e dal ricordo di quel periodo posso dire di aver vissuto una buona educazione alla democrazia, ma di aver constatato con altrettanta forza la mancanza di identificabili orizzonti d’impegno politico. Una mancanza che credo di non essere il solo ad aver notato e il cui portato sui ragazzi che crescono nei partiti è o una mera accettazione di dati di fatto, in cui la parola e il pensiero – basi fondamentali dell’ordinamento in cui viviamo – vengono ridotti a chiacchiere, o a quel barcollare del pensiero che è l’inversione tra l’azione e la dimensione ideale in cui l’azione si svolge.

Quando ho avuto modo di accorgermi di questo, ho avuto un’ulteriore fortuna, quella di incontrare l’Europa come idea. Quando l’ho “vista”, ho visto anche come ci fosse ancora almeno un orizzonte ideale per chi, in Europa, voglia vivere la sua vita pubblica in una dimensione di impegno politico: l’Europa stessa. Non è vero che l’inutilizzabilità conclamata dei sogni del novecento nel mondo di oggi ci costringa a rinunciare a qualsiasi sogno. Si ripropongono sogni precedenti su una scala più grande: oggi l’uomo impegnato in politica compie il suo scopo se comprende che è di nuovo l’uomo che deve forgiare uno spazio d’azione politico non ancora nato. Che lo è come lo erano i patrioti della Primavera dei Popoli, con in più la coscienza dei loro errori.

Questo voglio mostrare: la possibilità per i partiti di dare una dimensione ideale coerente ai propri militanti, la dimensione ideale della costruzione di un nuovo stato dove attuare effettivamente la democrazia come possibilità di scelta tra alternative reali e questo spazio può essere, per un Europeo, solo l’Europa. Nel concreto si potrebbe pensare a un Scuola Europea di Politica, che nasca in Italia con una serie di incontri itineranti per il territorio nazionale, rivolta ai tesserati delle giovanili di partito, che coinvolga come docenti personalità europee di primo livello che abbiano chiara la dimensione continentale della politica, trasmettendo ai giovani militanti conoscenze pratico-istituzionali spendibili nella partecipazione alla vita pubblica comunitaria, ma soprattutto l’esistenza dell’Europa, della sua possibilità di integrazione federale, come orizzonte ideale in cui vivere il proprio impegno di militanza, un orizzonte ideale che possa essere vissuto senza sensi di colpa, senza continui distinguo, con la purezza della novità.

Se di successo, e debitamente espansa tramite il livello dei Partiti Europei, una simile esperienza potrebbe essere un mattone fondamentale nella costruzione della società civile continentale e un innegabile merito politico per il partito che abbia il coraggio di fare il primo passo.

Il 29 e 30 gennaio 2011 si è tenuto presso il Grand Hotel Adriatico di Montesilvano a Pescara il “Confronto MFE – Mondo della politica: Quali iniziative per la Federazione europea?” promosso dai centri regionali del MFE di Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia.

Dopo la presentazione dei lavori di Paolo ACUNZO sullo spirito dell’iniziativa e la formula dei lavori, ha aperto le relazioni Guido MONTANI proponendo un Piano E per l’Unione Federale europea e poi in successione: On. Sandro GOZI ha lanciato l’idea di un Network italiano del Gruppo Spinelli, per creare una rete italiana delle azioni previste dal gruppo a livello europeo. I trenta promotori che hanno raccolto l’invito al network si riuniranno insieme agli altri che vorranno aderire (scrivere a gruppospinelli@hotmail.it ) nelle prossime settimane per organizzare le proprie attività (interventi di Grossi, Gui, Palea, Cagiano, Marsili e Acunzo); Roberto PALEA ha illustrato le attività svolte in Piemonte dal Movimento dei Movimenti; Francesco GUI, riprendendo i temi presentati da alcuni amici federalisti in una lettera a Bersani, ha lanciato una proposta verso i partiti politici italiani per raggiungere l’obiettivo dell’Italia europea (interventi di Acunzo, Gozi, Musacchio, Palea, Orioli, Caloisi e Visone); Grazia BORGNA è intervenuta sui temi del modello sociale europeo e la protezione del lavoro in Europa (interventi di Sorti, Minneti, Musacchio, Di Bella, Gui e Longo); Piergiorgio GROSSI si è soffermato sui diversi aspetti e le varie iniziative in corso riguardo il reddito minimo garantito (interventi di Barbati, Pietrosanti, Gui, La Rocca , Sorti, Montani e Visone); On. Roberto MUSACCHIO ha invitato i federalisti europei ad aderire all’osservatorio europeo che nasce da una costola del European Social Forum (interventi di Borgna, Acunzo e Gui); Lorenzo MARSILI ha esposto le iniziative del TrasnEuropa Network e Festival, invitando i federalisti a parteciparvi; Jacopo BARBATI ha parlato dell’azione della JEF nel mondo della politica (Montani) e la prima giornata di lavoro si è conclusa con la relazione di Lamberto ZANETTI sul debito ecologico tra nord e sud del mondo. La serata si è conclusa a tarda notte dopo la cena, musica, balli e scambio di opinioni su diversi temi tra i partecipanti.

I lavori della seconda giornata sono stati aperti dalla relazione di Pierluigi SORTI sulla coerenza tra i sistemi contabili nazionali e il bilancio europeo; Paolo ORIOLI ha proposto una formula delle primarie in Europa per la scelta dei candidati alle prossime elezioni europee (interventi di Sorti e Acunzo); PierVirgilio DASTOLI ha fatto un bilancio e proposto modalità per le prossime programmate convenzioni dei cittadini europei (interventi di Palea, Longo e Orioli); Maurizio GUBBIOTTI ha invitato i federalisti ad aderire ad alcune campagne sui cambiamento climatici (interventi di Palea, Minneti, Lepri, Digiacomo e Zanetti); Liliana DIGIACOMO ha esposto le ragioni per cui i federalisti dovrebbero occuparsi della terza rivoluzione industriale attualmente in corso (interventi di Palea, Sorti e Zanetti); Michele BALLERIN ha proposto un piano europeo per lo sviluppo e forum dei dipartimenti europei dei vari partiti (Gui, Caloisi e Zanetti); Stefano PIETROSANTI ha presentato un progetto per una scuola di politica europea che potrebbe coinvolgere anche il forum nazionale dei giovani; Raimondo CAGIANO ha sottolineato l’importanza della formazione europea per la creazione di una reale cittadinanza; Alcide SCARABINO ha presentato alcune richieste specifiche di diritti civili europei su cui i federalisti potrebbero impegnarsi; Antonio LONGO ha chiuso le relazioni con i punti che potrebbe avere un programma di governo per l’Europa (Pietrosanti).

Nelle conclusioni Paolo ACUNZO ha ringraziato tutti i partecipanti per i preziosi contributi, si è rallegrato per il successo della formula e le iniziative prese. Infine a nome del Comitato promotore ha presentato il testo del cosidetto “Preambolo di Pescara” dando seguito all’invito di Presidente e Segretario nazionale di suggerire integrazioni da recepire nella mozione congressuale.

Tutti i documenti, le relazioni scritte degli interventi e a breve le registrazioni di tutti gli interventi sono disponibili su http://www.mferoma.eu

Il Comitato promotore si augura che il testo qui allegato possa essere recepito integralmente quale preambolo nella proposta di mozione generale unitaria da presentare al prossimo congresso nazionale MFE di Gorizia e invita altri iscritti ad aderire a tale preambolo.

Saluti federalisti

Paolo Acunzo

https://mferoma.wordpress.com/2011/02/03/federalismo-europeo-2/

di Michele Ballerin

(MFE Emilia Romagna)

Un’analisi

Un’analisi del contesto economico europeo appare fin troppo facile e decisamente preoccupante. Abbiamo gli elementi per constatare che la crisi economica è tutt’altro che superata, e che, soprattutto, non c’è ragione di aspettarsi che i suoi effetti vadano scemando. Il dato più preoccupante è che non esistono presupposti solidi per una ripresa nel breve e medio termine, perché non ci sono prospettive di crescita per la produzione e l’occupazione. Il disagio sociale che affligge molti stati dell’Unione Europea non sembra quindi destinato a diminuire.

Non deve stupire la dichiarazione rilasciata dal presidente dell’INPS, alcuni mesi fa, sull’opportunità di mantenere uno stretto riserbo riguardo al calcolo delle pensioni future per i lavoratori italiani parasubordinati, la cui divulgazione potrebbe mettere a repentaglio la stabilità sociale. Non deve stupire, ma deve senza dubbio fare riflettere.

Un motivo particolare di allarme andrebbe visto nella distanza che è venuta creandosi con gli anni fra i cittadini e le istituzioni europee. Tale distanza – misurata con cadenza regolare dal costante decrescere della partecipazione al voto per l’elezione degli europarlamentari – minaccia oggi di approfondirsi fino a minare le fondamenta stesse del progetto europeo.

Il problema non nasce dal fatto che l’Unione Europea evita di intervenire nel campo delle politiche economiche, bensì dal fatto che sta intervenendo in una misura che in passato sarebbe stata inimmaginabile: lo fa imponendo agli stati membri economicamente più fragili politiche di austerità che essi non sono in grado di sopportare. I prossimi provvedimenti di carattere finanziario in paesi come l’Italia, la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna porteranno in dono a un ceto medio già stremato un aumento della pressione fiscale, una riduzione dei salari pubblici e tagli senza precedenti ai servizi fondamentali. Nessun analista può seriamente aspettarsi che il PIL di questi paesi si gioverà di un simile trattamento, il cui risultato più prevedibile sarà di deprimere ulteriormente i consumi, gli investimenti produttivi e le entrate fiscali.

Inoltre tali politiche, così decisive per il presente e il futuro dei cittadini europei, sono destinate a essere percepite come il frutto di meccanismi decisionali opachi e distanti, di negoziati condotti a porte chiuse al di fuori di ogni possibilità di controllo democratico, e nei quali è del resto palese, secondo una logica che nessun trattato prevede, il prevalere sistematico del punto di vista tedesco: percezione che corrisponde all’esatta natura delle circostanze.

Tutto questo sta già avvenendo e le sue conseguenze sono prevedibili: la percezione che i cittadini hanno dell’Unione evolverà in senso negativo e le istituzioni comunitarie, percepite negli ultimi tempi come sostanzialmente inutili, saranno viste come una minaccia per la prosperità e il futuro dei cittadini europei. Non è una prospettiva incoraggiante: perché quando una società matura la convinzione che determinate istituzioni non servono i suoi interessi, o addirittura li ledono, diventa insofferente, e il suo primo, comprensibile istinto è di scrollarsi di dosso un apparato di cui sente ormai solo il peso.

Ognuno può trarre le conseguenze che crede da un simile scenario. Ma i federalisti europei non dovrebbero avere dubbi: è indispensabile che questo schema – questa percezione – si rovesci e che l’Unione Europea torni ad essere per i suoi cittadini una risposta, una speranza e una promessa di futuro. Per l’esattezza: l’unica risposta, l’unica speranza e l’unica promessa di un futuro accettabile. I cittadini europei dovrebbero sentirsi coinvolti nella costruzione di una prospettiva concreta di sviluppo – un nuovo modello di sviluppo, aggiungo: perché si tratta di essere creativi. Dovrà trattarsi di uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile, fondato sulla conoscenza. Spetta all’Europa realizzare la sintesi fra economia e cultura, dimostrando al mondo che l’una non può esistere senza l’altra.

Qualunque sia l’iniziativa che le forze democratiche e federaliste decideranno di assumere, un piano europeo per lo sviluppo, che riprenda il discorso abbandonato di Lisbona e indichi un futuro ai cittadini dell’Unione, dovrebbe esserne al tempo stesso il contenuto fondamentale e il marchio evidente. Dovrà esistere nel più breve tempo possibile una politica economica europea, con una politica industriale europea che preveda un grande piano di investimenti in infrastrutture, ricerca e formazione, orientato a quella grande (benché graduale) riconversione della produzione in senso ecologico che ormai tutti giudicano necessaria e improrogabile.

Al tempo stesso è chiaro che un simile piano può essere realizzato solo se l’assetto istituzionale dell’Unione verrà riformato in senso federale: perché occorrono risorse che l’attuale struttura del bilancio comunitario non garantisce, occorre una finanza pubblica europea, occorre rimuovere il diritto di veto in materia di politica economica e fiscale. Inutile aggiungere che i tempi sono decisamente propizi, nonostante le prevedibili resistenze, perché una politica europea di bilancio vincolante esiste già di fatto, e proprio in questi giorni si sta mettendo mano a un’armonizzazione delle politiche fiscali, mentre una riforma anche sostanziale dei Trattati appare solo una questione di tempo. Tabù decennali stanno crollando uno dopo l’altro sotto l’urto degli eventi, e sarebbe davvero imperdonabile se la politica si tirasse indietro in una simile circostanza: i costi futuri si rivelerebbero presto insostenibili.


Una proposta

Per fortuna non si richiede di partire da zero. Al contrario: esiste una maggioranza nel Parlamento Europeo favorevole a imboccare questa strada. Ce lo rivela la Risoluzione approvata il 20 ottobre scorso contenente raccomandazioni puntuali alla Commissione Europea per un rafforzamento della governance dell’Eurogruppo e dell’intera Unione. Il federalista che legga anche solo la V raccomandazione in allegato avrà già parecchi motivi di soddisfazione, perché vi troverà, fra l’altro, espliciti riferimenti alla necessità di istituire una finanza pubblica europea e un Tesoro europeo: in breve, l’ossatura di un futuro governo europeo dell’economia, da realizzarsi mediante la cessione di quote decisive di sovranità dagli stati membri all’Unione.

Esiste dunque una maggioranza nel Parlamento Europeo, e noi sappiamo che esiste anche un’avanguardia: il Gruppo Spinelli. Costituitosi negli ultimi mesi del 2010, il Gruppo annovera fra i suoi membri personalità di eccezionale rilievo, sta raccogliendo il consenso di tutti i principali gruppi parlamentari e si è già mostrato capace di esercitare un’influenza determinante sul Parlamento, come hanno messo in luce le vicende (non ancora concluse) relative all’approvazione del bilancio comunitario per il 2011.

Su impulso del Gruppo si potrebbe perciò costituire una commissione di esperti (tra i quali membri qualificati del Movimento Federalista Europeo) per l’elaborazione di un progetto organico di investimenti federali per lo sviluppo sostenibile, tale da conferire sostanza e credibilità agli obiettivi della strategia UE 2020: non quindi una raccomandazione generica, ma una risoluzione che proponga un progetto specifico e articolato, centrato sull’idea di sviluppo, però con un corollario di riforme istituzionali che gli diano implicitamente la stessa carica innovatrice che ebbe nel 1984 il Trattato Spinelli e mirino a istituire, di fatto, una Federazione europea.

Se un’azione del genere venisse impostata esisterebbe ancora un pericolo da scongiurare: il rischio che l’iniziativa federalista portata avanti dal Parlamento Europeo si ritrovasse isolata, e per questo incapace di prevalere su un’eventuale opposizione del Consiglio. Ciò che appunto si verificò nel 1984. Se tale rischio sussiste è perché manca sulla scena europea l’attore più decisivo: i partiti politici nazionali. Il loro appoggio ad un’iniziativa federalista sarebbe indispensabile. Non bisogna dimenticare che dietro un Ministro e un Commissario europei c’è sempre un partito, la cui influenza al momento giusto potrebbe essere determinante.

In questo il Movimento Federalista Europeo può avere un ruolo preciso: contattare i responsabili per le politiche europee dei diversi partiti e farli discutere intorno al tavolo di un interforum federalista, con l’obiettivo, dopo avere trovato un accordo, di redigere un documento di indirizzo politico da sottoporre agli organi dirigenti dei rispettivi partiti perché si facciano carico della questione europea e si impegnino ad appoggiare, in tutte le sedi (Parlamento, Commissione, Consiglio dell’Unione, Consiglio Europeo), l’azione federalista del Parlamento Europeo.

Infine, e per l’intera durata dell’iniziativa, sarebbe altrettanto importante che il contenuto e la finalità del progetto fossero comunicati, servendosi di tutti i canali possibili, ai cittadini e ai diversi soggetti della società civile, ponendo sempre l’accento sulle prospettive di sviluppo economico e sociale che la sua attuazione garantirebbe.

di Manuela La Gamma

Bruxelles, 12 gennaio 2011

The United States of Europe: some critical reflections”: questo il titolo della conferenza organizzata dal Gruppo Spinelli il 12 gennaio a Bruxelles nella sede del Parlamento europeo, che ha avuto come protagonisti Joschka Fischer, ex ministro degli esteri tedesco, e Jean-Marc Ferry, filosofo francese, e come mediatore Daniel Cohn-Bendit, co-presidente del Gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo.

Affermare che l’Europa stia attraversando un brutto momento sarebbe un eufemismo”, ha affermato Cohn-Bendit; ma se i presenti non hanno potuto negare la dura realtà delle cose, ben diverso è il loro modo di approcciarsi ad una possibile soluzione.

Se Jean-Marc Ferry riconosce il potere concettuale dell’espressione “Stati Uniti d’Europa”, coniata da Victor Hugo nel suo discorso di apertura del Congresso Internazionale per la Pace (Parigi, 1849), non ne vede una possibile attuazione pratica nel panorama politico contemporaneo. Il passaggio da una “Federazione di Stati Europei” agli “Stati Uniti d’Europa” è, a suo parere, problematico e pericoloso dal punto di vista politico.

Per Ferry, gli Stati rappresentano la sintesi tra comunità politica, comunità legale e comunità morale, oltre ad essere “comunità di cittadini”. Grazie alla sintesi offerta dallo Stato stesso, la comunità politica esprime, a livello delle sue norme condivise, i valori comuni ai suoi cittadini.

Proprio per questo gli Stati Uniti d’Europa non potrebbero esistere, perché verrebbero concepiti in quanto entità sovranazionale e non sarebbero quindi uno Stato federale nazionale (come Tocqueville aveva invece giustamente scritto parlando degli Stati Uniti d’America). Tuttavia, le motivazioni di Ferry sono di natura ancora più interna: se lo Stato nazionale è inteso come sintesi della comunità legale e della comunità morale, allora lo Stato europeo, in quanto entità sopranazionale, dovrebbe presentarsi come “sintesi delle sintesi”… in parole povere, questo “Stato di Stati” non disporrebbe della legittimazione e di motivazioni sufficienti a suscitare l’adesione dei cittadini d’Europa.

Conferenza su Stati Uniti D'Europa

Gruppo SPinelli - Conferenza sugli Stati Uniti D'Europa

 

Ben di altro avviso è Fischer: l’Europa ha reso possibile una pace mai conosciuta prima e continua ad agire come forza di integrazione nell’ambito della regione dei Balcani. Se il fatto che l’Europa stessa stia attraversando un momento di confusione e di crisi profonda è innegabile, e se è vero che gran parte dei cittadini si sono allontanati dall’idea di un’Europa unita, è vero anche che la maggioranza democratica difficilmente avrebbe il coraggio di rinnegare o abbandonare totalmente l’UE.

Bisogna affrontare la fine dell’egemonia europea, il trasferimento di potere economico dall’Occidente all’Oriente e l’emergere di nuove potenze politiche. Per Fischer, il nocciolo della questione rimane sempre e comunque la sovranità, e cioè la capacità di stabilire direttive politiche. La cosa interessante per l’ex ministro degli Esteri tedesco è che gli Europei sembrano preoccuparsi solo del trasferimento di sovranità verso Bruxelles, non oltreoceano!! Il buon vecchio Uncle Sam non esiste più: è stato rimpiazzato da uno zio asiatico, recentemente acquisito. Gli Europei continuano ad arroccarsi alla loro golden age di egemonia, ormai passata, e sembrano lenti e riluttanti nel percepire i cambiamenti geo-politico-economici.

La domanda sorge spontanea: basterà l’Europa di oggi a superare la crisi economica e a far fronte alle nuove sfide? Come si può spiegare ai Tedeschi la necessità di una solidarietà economica verso quei Paesi che stanno colando a picco se i vari Stati membri rimangono altezzosamente arroccati all’idea di Stato-nazione?

La crisi attuale ci offre una grande opportunità che tuttavia non riusciremo a cogliere finché non ci sarà integrazione tra politica economica e politica finanziaria. Francia e Germania sono i due Paesi che devono spianare la strada per colmare tale gap. Il “sogno” del ritorno del marco e del franco è solo un incubo, se si pensa ai costi immensi che esso comporterebbe..per questo la Merkel ha dichiarato che l’euro deve essere difeso ad ogni costo. I passi da intraprendere devono condurre ad un’unione economica, ad una governance economica…. Solo tramite un’integrazione economica rafforzata si riuscirà a contrastare la crisi.

Ci sono ovviamente grossi rischi politici da assumersi; tuttavia, Fischer ritiene che non sia necessaria un’ulteriore modifica del Trattato onde poter attuare questa integrazione economica rafforzata. La strada giusta da percorrere è quella della cooperazione rafforzata.

La lezione più importante da apprendere, secondo l’ex ministro degli Esteri, è che l’UE, fin dagli anni ’50, è stato un progetto concepito dall’alto, ma tale approccio deve ormai considerarsi finito, superato. Tutti i passi che devono essere ora intrapresi dal basso devono condurre all’unione politica e alla federazione. Siamo d’accordo sul fatto che sia difficile trovare un’etichetta, una definizione per questo strano ibrido: Unione Europea sui generis? Unione Europea democratica? Sta di fatto che “questo matrimonio s’ha da fare”!

Il segreto di questo connubio si baserà su un esercizio permanente di equilibrio e su un confronto costante tra i vari Stati.

Secondo Fischer, non c’è motivo di essere pessimisti, ma bisogna dedicarsi anima e corpo per i prossimi dieci anni a cambiare l’Europa. Confutando il punto di vista di Ferry, egli sostiene che gli Stati Uniti d’Europa sono l’unica risposta e insieme l’unica soluzione disponibile; altrimenti la nostra tanto decantata e disputata sovranità finirà altrove.

Non ci resta che sperare con Hugo che “Verrà un giorno in cui voi – Francia, Russia, Italia, Inghilterra, Germania – tutte le nazioni del continente senza perdere le vostre qualità distinte e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete in modo stretto in un’unità superiore, formerete in modo assoluto la fraternità europea… verrà un giorno in cui le pallottole e le bombe saranno sostituite dai voti, dal suffragio universale dei popoli, dal venerabile arbitrato di un grande senato sovrano che sarà per l’Europa ciò che il Parlamento è per l’Inghilterra, ciò che è la Dieta per la Germania, ciò che l’Assemblea legislativa è per la Francia!”

Alcuni di questi obiettivi sono stati raggiunti, altri solo in parte. Ai posteri l’ardua sentenza …

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Per il video dela conferenza e la traduzione audio in inglese:

http://www.greenmediabox.eu/archive/2011/01/12/spinelli_debate/

Per informazioni sul Gruppo Spinelli:

http://www.spinelligroup.eu/

Per il Manifesto del Gruppo Spinelli in italiano:

https://mferoma.wordpress.com/2010/09/17/il-manifesto-del-gruppo-spinelli/

sede parlamento europeo sito unione europea

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