Il proliferare delle crisi dei debiti nazionali (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo e Cipro) ha dimostrato che è impossibile superare le attuali difficoltà della moneta unica senza il comple-tamento di un vera Unione economica e monetaria.

Come già sostenuto da diversi studiosi, una Unione monetaria non può sopravvivere in assenza di una Unione politica o di una Unione economica con un meccanismo automatico di salvaguardia in grado di smorzare shock asimmetrici tra le economie nazionali.

A questo scopo, il Consiglio europeo ha deciso, in linea di principio, di raggiungere una vera Unione economica e monetaria che potrebbe dotare l’Unione Europea, nei prossimi due o tre anni, di nuove competenze nel campo della politica economica, di creare un vero Tesoro eu-ropeo (o un Ministro europeo del Tesoro), di stabilire nuovi meccanismi europei di solidarietà (come Euro-bills, “Redemption Fund”, o altri) e di creare un bilancio europeo distinto per l’area euro.

La Commissione europea ha adottato, nel novembre del 2012, un Blueprint per una più pro-fonda e vera UEM, che contiene una serie di misure a breve, medio e lungo termine per rag-giungere questo obiettivo. Alcune di queste misure possono essere adottate attraverso la legislazione secondaria dell’Unione, mentre altre (come una vera capacità fiscale dell’area euro, un “Redemption Fund” e gli Euro-bills) richiederanno una modifica dei Trattati.

Da un punto di vista giuridico, questa revisione del Trattato di Lisbona richiede che si ricorra alle procedure definite dal Trattato stesso, in particolare la necessità dell’unanimità dei 27 Stati membri per la ratifica del nuovo Trattato (per via parlamentare o referendaria). Questa condizione non può essere aggirata, tranne nel caso in cui gli Stati membri decidano una “rottura costituzionale” che utilizzi procedure non previste dal Trattato, per esempio:

1) che una maggioranza di Stati faccia appello alla clausola “rebus sic stantibus” della Convenzione di Vienna per adottare un nuovo Trattato fra di loro;
2) che si utilizzi una procedura a maggioranza per la ratifica di un nuovo Trattato che a-broghi l’attuale, sul modello del “Progetto Penelope”;
3) che si faccia ricorso alla clausola di recesso prevista dall’articolo 50 del Trattato di Li-sbona per uno Stato membro, ma esercitata simultaneamente da una maggioranza di Stati membri che vogliano concludere un nuovo Trattato per i paesi dell’area euro.

A tutt’oggi, non sembra esistere tra gli Stati dell’area euro la volontà politica di ricorrere ad una di queste procedure eccezionali (come confermato dalle caute reazioni dei governi dell’area euro al recente discorso del Primo Ministro britannico).

In questa situazione, la revisione dei Trattati europei necessaria per raggiungere una vera UEM richiederà la ratifica unanime di 27 Stati e quindi il consenso del Regno Unito al nuovo Trattato (compresa la possibile modifica dell’art. 48 TEU per introdurre una procedura a maggioranza per le future revisioni dei Trattati). A meno che un futuro governo laburista modifichi radicalmente l’attuale approccio del Primo Ministro Cameron, il governo britannico richiederà nei negoziati del 2015 la “rinazionalizzazione” di alcune competenze dell’Unione europea nel campo sociale, dell’immigrazione ed altro. Poiché è improbabile che questa richiesta sia accettata dagli altri Stati membri, ci si può aspettare che il Consiglio Europeo decida di concedere al Regno Unito una serie di deroghe o di clausole di “opting-out”. Questa soluzione potrebbe costituire un “deal” per ottenere, in cambio, la trasformazione dell’area euro in una “cooperazione rafforzata” permanente che possa approfondire la propria integrazione e proseguire sulla strada verso una Unione politica senza il consenso britannico. Tra l’altro, questa nuova situazione potrebbe essere coerente con l’affermazione del Primo Ministro britannico secondo la quale il Regno Unito non intende impedire agli Stati membri dell’area euro di approfondire la loro integrazione.

Tale revisione del Trattati europei (ipotizzando il consenso del popolo britannico in un possibile referendum) permetterebbe al Regno Unito di mantenere i benefici dell’Unione Europea (in particolare del mercato unico), pur godendo di uno status speciale non molto diverso, in termini di contenuto delle politiche, da quello degli anni 1993-1997 (quando il Regno Unito non partecipava né all’UEM, né al sistema di Schengen, né al Protocollo sociale).

Naturalmente, dal punto di vista istituzionale, questa revisione dei Trattati europei creerebbe “un’Europa a due velocità” nella quale alcuni Stati membri manterrebbero per alcuni anni l’attuale livello di integrazione, mentre altri approfondirebbero la loro integrazione e dareb-bero vita ad una vera UEM. Tuttavia questa soluzione non implica che l’Euro-zona diventi ne-cessariamente la prima classe di un’ Unione Europea stabilmente a “due classi”, ma potrebbe costituire l’avanguardia temporanea di un’ intera Unione, svolgendo il ruolo di locomotiva ed indicando la strada a tutti gli altri Stati membri che vogliano prendervi parte.

Paolo Ponzano

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