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Cari amici,

vi scrivo per tenervi aggiornati sulle varie iniziative federaliste in corso, dopo lo svolgimento del nostro Flash Mob del 16 ottobre, in modo da incentivare la partecipazione di tutti gli interessati. Comunque come di consueto tutti gli aggiornamenti e contributi al dibattito sono disponibili su www.mferoma.eu

Lo scorso fine settimana si è svolto a Salsomaggiore Terme la riunione nazionale dell’Ufficio del dibattito. Tra i nostri iscritti hanno partecipato Paolo Acunzo, Valeria Agostini, Franca Gusmaroli e Livia Liberatore, che ringrazio per aver preparato una esaustiva relazione sul dibattito che potete trovare in allegato.

Sabato prossimo il MFE Lazio ha organizzato una presentazione del Movimento a Paliano (Frosinone), di cui potete trovare l’invito in allegato. Credo che queste siano iniziative importanti per diffondere le nostre idee anche in piccole realtà territoriali.

Dal 9 al 11 novembre si terrà il Forum Firenze 10+10, una grande occasione di incontro e dibattito della società civile a 10 anni dal primo Social Forum. In particolare la giornata di ven 9 novembre sarà dedicata all’Europa, con una sessione sull’ICE presentata dal MFE a cui interverrà Paolo Ponzano, Pres. MFE Roma e con una Assemblea sulla Democrazia in Europa che durerà tutto il giorno. Vista l’importanza e la grandezza dell’iniziativa pregherei a tutti coloro che possono essere a Firenze almeno la giornata di ven 9 nov di segnalarmelo.

Sabato 10 novembre presso il CIFE di Roma è previsto la riunione nazionale del Comitato Centrale in cui verrà convocato il prossimo Congresso nazionale del MFE, probabilmente nel Marzo 2013 a Milano.

Infine la prossima riunione del MFE Roma si terrà subito dopo il ponte di ognisanti (seguirà convocazione), in modo da organizzare al meglio la nostra presenza a Firenze e le prossime nostre iniziative.

Rimango a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento.

Paolo Acunzo

Seg. MFE Roma

Ufficio del Dibattito

Salsomaggiore Terme, 19-21 ottobre 2012

Dal 19 al 21 ottobre si è tenuto a Salsomaggiore Terme il seminario nazionale dell’Ufficio del Dibattito, che ha avuto come tema “L’alternativa federalista alla crisi dell’euro e dell’Unione europea”. Diversi sono stati gli argomenti trattati nel corso delle due giornate. Il sabato mattina si è cominciato con la discussione sulle ipotesi istituzionali per il governo dell’Eurozona, con la relazione di Antonio Padoa-Schioppa, che ha illustrato la sua proposta riguardo alle linee di riforma dei trattati europei. Fondamentale, secondo Padoa-Schioppa, è ampliare i poteri del Parlamento europeo, soprattutto estendendo il potere di codecisione a tutte le decisioni di natura legislativa dell’UE. Per tutte le materie di competenza dell’UE e per tutte le decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio dei ministri, inoltre, dovrà valere il principio delle decisioni a maggioranza, con il doppio computo del numero degli Stati e della popolazione. In seguito, Lucio Levi ha affrontato il tema della politicizzazione della Commissione e dell’elezione diretta del suo presidente, evidenziando come sia necessario dare più poteri alla Commissione, che potrà averli solo formando un’asse inscindibile con il Parlamento europeo. È necessario, secondo Levi, un esecutivo fondato sul voto dei cittadini europei, un legislativo in cui ci sia la piena codecisione fra Parlamento europeo e un Consiglio trasformato in camera degli Stati (il cui Presidente manterrebbe  tuttavia importanti poteri, nelle decisioni di “alta politica”).

Dopo un abbondante pranzo emiliano, nel pomeriggio si è parlato invece di “Europa a due velocità e trasformazione federale dell’Eurozona”. Giulia Rossolillo ha approfondito il tema delle diverse modalità dell’integrazione differenziata e dell’ipotesi sul funzionamento delle istituzioni dell’UE a geometria variabile. L’intervento si è concentrato soprattutto sulle cooperazioni rafforzate, sulle nuove istituzioni informali che riguardano solo la zona euro, come l’Eurogruppo, sulla soluzione adottata per gli Accordi di Schengen, nonché sul Fiscal Compact. A quello della Rossolillo è seguito il contributo di Sergio Pistone, che ha trattato il tema della procedura costituente, una delle questioni che più ha animato il successivo dibattito. Pistone ha sottolineato come il processo costituente dell’unione federale debba essere pienamente democratico, per ottenere il consenso dei cittadini all’avanzamento dell’unificazione europea. Di conseguenza, il trattato costituzionale non potrà essere elaborato da una conferenza intergovernativa, ma da una convenzione costituente deliberante a maggioranza e in modo trasparente; la costituzione dovrà essere poi ratificata con un referendum. La convenzione costituente dovrà essere incaricata di elaborare il progetto costituzionale entro il 2013, per far sì che la ratifica per via referendaria potrà tenersi contemporaneamente alle elezioni europee del 2014, assicurando la politicizzazione in senso europeo delle elezioni europee, nonché un’ampia partecipazione.

Nel corso della giornata vi sono stati, inoltre, due interventi della GFE. Giulia Spiaggi della GFE Pavia ha esposto il tema dell’evoluzione del sistema elettorale europeo, mentre Marco Giacinto della sezione di Torino ha relazionato quanto prodotto dal gruppo di lavoro sul ruolo dei partiti europei per un’Europa politica.

La domenica mattina il dibattito ha riguardato i temi più strettamente economici, trattando del governo dell’economia e della costruzione della finanza federale. I contributi dei relatori (Domenico Moro, Alberto Majocchi e Alfonso Iozzo) e gli interventi nel successivo dibattito hanno rilevato come sia indispensabile un’Unione capace di attivare un piano europeo di sviluppo economico ecologicamente e socialmente sostenibile e dotata, quindi, di un potere fiscale e macroeconomico sopranazionale e come ciò non sia accettabile né concretamente possibile senza creare istituzioni democraticamente legittimate dai cittadini europei (secondo il principio no taxation without representation). Si è anche discusso di come una nuova risorsa potrebbe essere assicurata al bilancio europeo con l’approvazione della proposta, avanzata recentemente dalla Commissione, di una Direttiva per introdurre una carbon/energy tax dal 2013. Alberto Majocchi, in particolare, nel suo intervento intitolato “Dal bilancio europeo al Tesoro europeo”, ha sottolineato come, in considerazione delle difficoltà di bilancio che gravano sui paesi dell’area, un ruolo decisivo per sostenere la ripresa debba essere giocato necessariamente dall’Unione Europea, attraverso la realizzazione di un progetto politico che preveda la creazione per tappe di una finanza federale in Europa. Infine, Alfonso Iozzo ha trattato il ruolo della Banca Centrale Europea, di cui ha difeso l’autonomia. Nel pomeriggio, si è riunito il Comitato Federale della GFE.

Nel corso di queste tre giornate, dunque, due linee di azione diverse si sono confrontate: chi ritiene che la strategia da portare avanti per raggiungere la Federazione europea passi per la via della convocazione di una Convenzione o Assemblea Costituente, e chi invece ritiene preferibile creare una Federazione all’interno dell’Unione Europea, partendo dalla constatazione che sia a priori impossibile raggiungere la Federazione a 27, e dunque sia necessario agire attraverso l’eurogruppo o in ogni caso attraverso l’accordo dei governi nazionali, sull’esempio del Fiscal Compact e delle cooperazioni rafforzate.

In conclusione, si è trattato di tre giorni di dibattito proficuo, densi di idee e di proposte, punto di arrivo di un anno cruciale per il federalismo europeo e punto di partenza dell’azione – intensa – da portare avanti nei prossimi mesi. Agli occhi di chi, come me, partecipa per la prima volta ad un Ufficio del Dibattito e forse non ne conosce così bene le regole, si è trattato di un dibattito che è stato certe volte molto tecnico, che, se vuole essere diffuso al grande pubblico, deve esprimersi con parole più semplici. In un momento storico in cui da diverse parti, anche le più impensabili, si sente parlare di Stati Uniti d’Europa, sarebbe fondamentale avere il sostegno alla causa federalista di ogni cittadino responsabile, che abbia a cuore il suo futuro. Il requisito della democraticità della costruzione europea non dovrebbe mai essere perso di vista, anche quando sembra rallentare o rendere impossibile la nascita della Federazione. E questo perché talvolta la volontà di essere un’unica entità esiste più in quelli di noi che hanno fatto l’Erasmus che nelle cancellerie dei governi.

Quello che più di ogni altra cosa ha reso intensi questi giorni a Salsomaggiore è stata la sensazione che questo sia il momento giusto per raggiungere la Federazione europea, un’occasione storica da non lasciarsi sfuggire, e che, come nelle parole di Sergio Pistone, non c’è tempo da perdere!

Livia Liberatore

Resp. Ufficio del Dibattito della GFE Roma

Sabato prossimo il MFE Lazio ha organizzato una presentazione del Movimento a Paliano (Frosinone), di cui potete trovare l’invito in allegato. Credo che queste siano iniziative importanti per diffondere le nostre idee anche in piccole realtà territoriali.

Dal 9 al 11 novembre si terrà il Forum Firenze 10+10, una grande occasione di incontro e dibattito della società civile a 10 anni dal primo Social Forum. In particolare la giornata di ven 9 novembre sarà dedicata all’Europa, con una sessione sull’ICE presentata dal MFE a cui interverrà Paolo Ponzano, Pres. MFE Roma e con una Assemblea sulla Democrazia in Europa che durerà tutto il giorno. Vista l’importanza e la grandezza dell’iniziativa pregherei a tutti coloro che possono essere a Firenze almeno la giornata di ven 9 nov di segnalarmelo.

Sabato 10 novembre presso il CIFE di Roma è previsto la riunione nazionale del Comitato Centrale in cui verrà convocato il prossimo Congresso nazionale del MFE, probabilmente nel Marzo 2013 a Milano.

Infine la prossima riunione del MFE Roma si terrà subito dopo il ponte di ognisanti (seguirà convocazione), in modo da organizzare al meglio la nostra presenza a Firenze e le prossime nostre iniziative.

Rimango a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento.

Paolo Acunzo

Seg. MFE Roma

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Il 12 ottobre 2012, il comitato norvegese per il Nobel ha assegnato quello per la Pace all’Unione europea. Il voto è stato unanime, come annunciato dal presidente del comitato Thorbjorn Jagland. Il premio di otto milioni di corone svedesi è stato assegnato per “aver contribuito per sei decenni all’avanzamento della pace e della riconciliazione, la democrazia e i diritti umani in Europa”.

 

Non è certo la prima volta che un’organizzazione internazionale riceve tale riconoscimento, anzi. Proprio il primo Nobel fu assegnato, nel 1901, al fondatore della Croce Rossa, Jean Henri Dunant. La stessa Croce Rossa ha ricevuto il premio, con diverse motivazioni, ancora nel 1917, 1944 e 1963. La Nazioni Unite l’hanno ricevuto ben sette volte; l’ultima è del 2007, andata al Comitato Intergovernativo per i Mutamenti Climatici.

 

Giusto per la cronaca, anche per dare il giusto peso alla lieta notizia giunta ai vertici istituzionali dell’Ue, è bene ricordare che il premio vede tra gli insigniti al merito tre presidenti degli Stati Uniti, da Theodore Roosevelt, passando per Jimmy Carter e sino a Bark Obama, in buona compagnia di  Willy Brandt, Lech Walesa, Michail Gorbacev, Yasser Arafat, Scimon Peres, Yizhak Rabin e Al Gore, ma non è stato mai assegnato al Mahatma Gandhi. Guarda un po’ la combinazione.

 

Solo dal 1987 il comitato esprime una motivazione per il prestigioso riconoscimento, e quella per l’attribuzione all’Unione, non fa un grinza. E’ indubbio che l’organizzazione in oggetto abbia contribuito (non certo da sola andrebbe aggiunto, ma è una pura ovvietà), al consolidamento di rapporti pacifici tra paesi storicamente in permanente conflitto nel vecchio continente, Francia e Germania in testa. E’ stata anche un elemento catalizzatore di interessi economici che hanno sospinto paesi in regimi dittatoriali (Spagna, Portogallo, Grecia e successivamente gli stati satelliti dell’Urss) verso modelli di democrazia consolidata. Ed ancora. Il suo impegno nell’affermazione dei diritti umani, per quanto con politiche contraddittorie ed non sempre adeguatamente sostenute finanziariamente, è indubbio.

 

Ma. Esiste un ma grande come una casa. Con una punta di ironia tutta britannica e dopo l’invito di Herman Van Rompuy (Presidente del Consiglio Ue) ai ventisette capi di stato e di governo perché vadano ad assistere alla cerimonia del prossimo 10 dicembre ad Oslo, David Cameron ha affermato : “ci sarà gente a sufficienza per ritirare il premio”, e c’è da scommetterne. Il Primo ministro britannico non si è fatto sfuggire anche una notazione di merito: “anche la Nato ha contribuito”. Vero, quanto a contributo anche la Nato ha giocato un ruolo del tutto simile all’Ue per la pace, la democrazia e l’affermazione dei diritti umani. Come si potrebbe mai negarlo? Probabilmente anche il Patto di Varsavia è stato un elemento equilibratore di spinte centrifughe che stavano per condurci nel precipizio del terzo conflitto mondiale. E allora?

 

E allora, aver contribuito a, come dichiarato nella motivazione, non toglie nulla a tutto ciò che l’Unione europea non ha fatto o meglio, non è grado di fare, tanto nell’immediato che in prospettiva. E’ qui il discrimine di chi vuol far finta di non capire.

 

Tra i commenti che si sono susseguiti alla notizia dell’assegnazione del Nobel, si annoverano quelli dei tiepidi europeisti (ovviamente  celebrativi di ciò che si ha, del contingente). Altre reazioni, o per motivi dello spirito, come per i costruttori di pace, o per motivi politici, come per i federalisti, sono state ponderatamente critiche, se non, in alcuni casi, apertamente, dissacratorie.

 

Alcuni europeisti alla giornata sono arrivati persino ad avanzare l’ipotesi che ben per altre motivazioni, alla memoria, dovesse essere ritirato il premio. Si è tirata in ballo addirittura la figura di un autentico gigante del pensiero federalista, Altiero Spinelli. Perché non allora alla memoria di Paul Henri Spaak. In tal caso sarebbe stata la nipote Catherin a dirigersi verso Oslo, con indubbio piacere tanto per gli occhi e che per la mente.

 

Tanto i pacifisti che i federalisti sono costruttori. I primi coltivano, su se stessi prima che sugli altri, atteggiamenti sociali e culturali. I secondi vogliono erigere strutture politiche sovranazionali. Entrambi hanno però una caratteristica che li accomuna:  rivendicano, chiedono e si adoperano per ciò che non esiste; non  hanno alcuna tendenza a  crogiolarsi di quel po’ che è già sotto i nostri occhi.

 

Per i federalisti, in particolare, è determinante sottolineare come i paesi del vecchio continente, Francia, Germania ed Italia in testa, pur se animatori, sessantanni or sono, della prima Comunità del carbone e dell’acciaio, oggi si sottraggano ad una precisa responsabilità storica che ricade su di loro: quella  responsabilità che dovrebbe condurli  a dichiarare l’impegno per la fondazione di una prima vera e definita entità statuale supernazionale.

 

Solo con un’autentica Federazione politica si entrerebbe in quell’ambito di irreversibilità del processo di integrazione che molti già danno per acquisita. Tra l’altro, i più avveduti, si rendono anche ben conto che  il processo potrebbe anche fermarsi, se non addirittura implodere, sotto le spinte di interessi non più concomitanti.

 

Solo con lo Stato Europa si potrebbe svolgere un’attiva opera di pacificazione a livello internazionale nelle principali aree di crisi, ad iniziare dal Medi Oriente.

 

E’ evidente che ciò interessa molto poco ai membri del comitato norvegese per il Nobel, figli di un popolo che ha scelto per ben due volte, con referendum, di rifiutare la prospettiva stessa dell’integrazione europea. La prima consultazione che ha dato esito negativo è del 25 settembre 1972, sull’adesione alle Comunità europee. Altro referendum dove i norvegesi si sono espressi per il no è quello sull’Unione europea del 27-28 novembre 1994. A seguito di questi espliciti dinieghi a nessuno è venuta in mente la balzana idea di chiedere ritorsioni, che so, prevedendo il boicotaggio dello stoccafisso all’interno del mercato unico, ma venirci ora a fare la lezioncina sulle doti maieutiche del processo di integrazione ha veramente del paradossale.

 

Il prossimo 10 dicembre il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, e il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, andranno insieme a Oslo per ritirare il Nobel per la pace.

 

Nel corso di una conferenza stampa lo stesso Schulz ha ironizzato dicendo: Herman ritirerà la medaglia , Jose’ Manuel il certificato, e io la moneta’’.

 

Non c’è che dire. Sono mille i buoni motivi per cui non ritirare il premio, almeno fin tanto che alcuni volenterosi non abbiamo fondato la prima vera Federazione nella più ampia Unione.

 

La foto di rito chiede di mettersi in posa, ognuno, di par suo, per tentare di passare a maggior gloria. C’è da scommettere che lor signori, impettiti e gaudenti, continueranno a far finta di non vedere il baratro della dissoluzione della più grande, ed incompiuta, ambizione politica del novecento.

 

Nicola Forlani

 

Campoleone, 21 ottobre 2012

 

 

 

 

 

La commissione che conferisce il premio nobel per la pace, ha deciso di insignire di tale riconoscimento per il 2012 l’Unione Europea, motivando la scelta con il ruolo che Bruxelles ha avuto nella riconciliazione del continente europeo e con il suo impegno per la pace e per i diritti umani. Gli euroscettici di diversa estrazione hanno contestato aspramente una decisione che premia un’Unione in crisi, che non ha saputo risolvere la questione dei Balcani, che si è spaccata sull’Iraq e sulla Libia e che è associata al terzo reich dai manifestanti in Spagna e in Grecia.

Certo le contestazioni degli euroscettici non vanno sottovalutate d’ufficio, ma bisogna riconoscere che le motivazioni della commissione di Oslo non sono deboli.

Il lungo cammino dell’Unione Europea è iniziato con il trattato di Parigi che istituiva la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio, era il 1951. Negli ottant’anni precedenti l’Europa era stata insanguinata da tre gravi conflitti, tutti direttamente o indirettamente provocati dalla rivalità franco-tedesca e si pensò di mettere in piedi una rete di organizzazioni economiche che potessero evitare nuovi conflitti tra la Francia e la Germania. L’Unione Europea dal 1992 in avanti e prima i suoi antesignani hanno di certo garantito che l’Europa non venisse di nuovo dilaniata dalle dispute tra i due grandi stati dell’Europa occidentale/continentale, si può quindi affermare che l’obiettivo per cui è stata concepita (o meglio l’obiettivo per cui le comunità che l’hanno preceduta sono state concepite) è stato centrato, e dopo il 1945 a molti milioni di cittadini europei (purtroppo non a tutti) è stata risparmiata la tragedia della guerra. Tutto questo oggi pare sia stato spazzato via dalla memoria di troppi europei e sono troppi coloro che ritengono che la guerra sia per sempre  divenuta incompatibile con l’Europa, non sono bastate le guerre balcaniche per fare capire agli europei che la vecchia e cattiva Europa (espressione di uno storico dell’Europa orientale di cui mi approprio), quella della débacle di Emile Zola, di Verdun e della Shoa non è morta per sempre.

E’ un peccato che molti Europei abbiano dimenticato questa storia, sono lieto che una commissione di un paese europeo che si è sempre tenuto lontano dall’Unione abbia cercato di farci ritornare la memoria.

Poi, negli anni, il progetto della casa comune europea si è arricchito di altri contenuti, per rispondere alle sfide della guerra fredda prima e, dopo il 1989, di quello che è stato definito nuovo disordine globale. Una corretta ed armonica evoluzione dell’Unione Europea è divenuta presupposto per la sua sopravvivenza, avanzare sui nuovi fronti è diventato presupposto per non arretrare sui vecchi.

Questo premio vuole essere un ponte tra il passato e il futuro, è un tentativo di valorizzare un passato di difesa della pace  e dei diritti umani (purtroppo non senza alcune ambiguità), è un tentativo di ricordare per il presente che nessuna conquista è per sempre, è una sorta di investitura per il futuro, per un Unione che oggi è in affanno ma se domani scomparisse se ne sentirebbe la mancanza, sia perché non bisogna dare per scontato che nel 2012 la pace e i diritti umani siano qualcosa di cui gli europei non possono essere privati, sia perché per uscire dalla crisi serve una capacità di impattare su variabili globali che ormai i singoli stati europei non possono più governare. Occorre evitare che un modello valido sia seppellito dallo spread e dai debiti,  occorrono nuove regole per l’economia sempre più globalizzata, occorre la globalizzazione dei diritti che (bene o male) hanno gli europei, occorre dare un senso alla primavera araba, occorre stroncare i germi del fondamentalismo religioso e del terrorismo. Lavoriamo tutti perché l’Unione Europea presto vinca un altro nobel per aver raggiunto tali obiettivi.

Certo quando da due anni non passa giorno senza che sulle prime pagine dei giornali si parli d’Europa in crisi e senza che nei talk show ci si interroghi sulla fine dell’Euro, fa piacere che  arrivi un tale riconoscimento proprio da un paese da molti ritenuto in salute perché non aderito all’Unione Europa, è la prova tangibile che esiste ancora quella forza d’attrazione che ha trasformato un’organizzazione internazionale di sei stati dell’Europa occidentale e continentale in un’Unione di ventotto stati Europei; il nobel non è solo un incoraggiamento o un premio alle intenzioni, è anche un invito a procedere velocemente verso un’integrazione ulteriore delle economie e dei sistemi finanziari dell’Unione Europea, e se qualcuno inizialmente si defilerà (si pensi alla Svezia, alla Gran Bretagna, alla Repubblica Ceca) pazienza, sarà necessario andare avanti e rimettere in piedi la zona euro con chi sta al gioco, gli altri capiranno dopo, si adatteranno alle nostre regole, come già è successo tante altre volte.

Il nobel deve renderci orgogliosi, ma non ci deve fare dimenticare che a Bruxelles molte cose devono cambiare, come forse anche molte facce.

di Salvatore Sinagra

Ringraziando tutti coloro che hanno contribuito al successo dell’iniziativa di ieri, vi giro qui di seguito il relativo comunicato stampa dove potete trovare i link per le foto e all’articolo nell’homepage di oggi di EurActiv, predisposto dal UEF/JEF che elenca le varie iniziative in tutta Europa.

UEF-JEF Pan-European Action Week[1]

Infine informo che la Resp. dell’Uff. Dibattito GFE Roma, Livia Liberatore e il sottoscritto parteciperanno questo fine settimana alla riunione nazionale dell’Ufficio del dibattito nazionale a Salso Maggiore:
http://www.mfe.it/site/index.php?option=com_docman&task=cat_view&gid=125&Itemid=50

Alla prossima settimana

Paolo Acunzo

Seg. MFE Roma

Comunicato stampa:

MFE/EUROPA: Flash Mob “FERMIAMO LA CRISI, FEDERAZIONE EUROPEA SUBITO!”

Nell’ambito della settimana di mobilitazione promossa da UEF/JEF in vista del prossimo Consiglio europeo e che ha coinvolto oltre 40 città in tutta Europa, il 16 Ottobre si è svolto anche a Roma il Flash Mob “To stop the crisis, Federal Union Now!”.

L’iniziativa promossa dal MFE Roma e Lazio si è svolta presso Palazzo Montecitorio, simbolicamente sotto la targa che ricorda l’azione svolta da Altiero Spinelli. Tra gli altri l’Integruppo Federalista europeo presso il Parlamento italiano ha partecipato all’iniziativa.

“Insieme all’introduzione nell’Unione Europea della cosi detta Tobin Tax, il Consiglio europeo deve adottare quanto prima misure per la crescita e lo sviluppo sociale, quali ad esempio il Reddito minimo di cittadinanza” ha affermato il Sen. Roberto DI GIOVAN PAOLO, Pres. dell’Intergruppo in Senato. “Ma solo un governo comune federale avrà la legittimazione democratica e la forza politica di far uscire definitivamente l’Europa dalla crisi”.

“Nei prossimi mesi vi saranno importanti vertici tra i rappresentanti delle cancellerie europee, seguendo vecchi riti che non si sono rivelati all’altezza delle sfide di oggi” ha dichiarato l’On. Sandro GOZI, Pres. dell’Intergruppo alla Camera dei Deputati. “Ormai è urgente una profonda riforma dei trattati comunitari che coinvolga direttamente i cittadini. Occorre quanto prima la convocazione un’Assemblea costituente europea in modo da poter sottoporre la proposta di riforma all’approvazione popolare tramite un referendum europeo da svolgersi nel 2014, in concomitanza con le prossime elezioni europee.”

“Il dibattito politico sull’Europa si sta estremizzando non solo in Italia,  dividendo nettamente le forze sociali e politiche tra coloro che vogliono più o meno Europa” ha sostenuto Paolo ACUNZO, Vice Seg. naz. MFE. “Sono importanti mobilitazioni capillari come questa, per stimolare dal basso quel consenso popolare per l’unica vera soluzione alla crisi che tocca milioni di cittadini: solo con la Federazione europea si costruirà una nuova Democrazia in Europa in grado di ridare lo scettro del potere ai cittadini, determinando quelle scelte politiche necessarie per migliorare il proprio futuro.”

MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO – Sezione “Altiero Spinelli” Roma

 

Per rassegna stampa: http://www.euractiv.it/it/news/istituzioni/6089-vertice-europeo-manifestazione-a-roma-federazione-subito.html

Per rassegna sulla mobilitazione europea: http://www.wetheeuropeanpeople.eu/v2/index.php?option=com_content&view=article&id=168:action-week-12-17-ottobre-2012&catid=16:in-primo-piano&Itemid=102&lang=it

Grazie a tutti coloro, vicini e lontani, che hanno contribuito al successo dei Flash Mob in 40 città in tutta Europa per chiedere al prossimo Consiglio europeo una cosa semplice: FEDERAZIONE EUROPEA SUBITO !!!

Ormai da diversi mesi, almeno  dal Consiglio Europeo di giugno, si parla di Unione Bancaria; qualche commentatore soprattutto di estrazione federalista ha affermato che tutto sommato gli unici passi avanti del vertice di giugno sono avvenuti convergendo verso un accordo sulla regolamentazione delle banche, al contrario qualche irriducibile euroscettico ha cercato di urlare contro l’Unione Europea che ancora una volta salva le banche e non il popolo europeo. Ma cosa sta succedendo effettivamente?

La mia premessa è che a me non piace il termine Unione bancaria, io preferirei si parlasse di costituzione di un’Autorità Europea per la vigilanza sul settore bancario; con l’espressione Unione Bancaria si identifica un sistema che poggia su tre pilastri: (i) l’istituzione di un’autorità di vigilanza europea sulle banche; (ii) una procedura europea di gestione delle crisi bancarie; (iii) un sistema di garanzia europeo sui depositi bancari. Il significativo impegno delle istituzioni comunitarie su tale fronte è forse anche frutto delle crescenti difficoltà delle banche spagnole e della circostanza che difficilmente il governo  spagnolo riuscirà  a ricapitalizzarle.  Con il Consiglio Europeo di giugno i  leader europei affermano la necessità di varare l’Unione Bancaria, poi informalmente i governi indicano nella BCE il soggetto che assurgerà alla supervisione del sistema bancario europeo ed infine il parlamento europeo si dichiara favorevole all’investitura della BCE  a condizione che sia esercitato il controllo democratico da parte del parlamento.

Possiamo sintetizzare che l’Unione Bancaria è quindi un meccanismo di gestione della fisiologia (come  prevenire le crisi del sistema bancario) sia della patologia (come ci comportiamo se un istituto di credito è prossimo al defualt). L’Unione Bancaria non è quindi un regalo alle banche. Ma un insieme di regole

A prima vista l’Unione Bancaria potrebbe quindi sembrare una risposta (più o meno precisa e opportuna) all’ultima bomba ad orologeria posta sotto l’Unione Europea, ma così non è poiché le autorità dell’Unione Europea, quando nel 2008 e nel 2009 si sono attivate con l’obiettivo di fare almeno un’analisi della situazione ed hanno istituito prima un comitato (comitato europeo per il rischio sistemico), poi un’agenzia per il controllo del sistema bancario (nota con l’acronimo inglese di Eba) infine è stato istituito un gruppo di studio, il gruppo Liikanen con la finalità di produrre un rapporto sulle possibili riforme di lungo periodo del settore bancario. Parlare di Unione Bancaria oggi necessita molte premesse e la regina di queste premesse è che la proposta di deve essere analizzata nel più ampio tentativo di modificare la regolamentazione della finanza e a proposito vi sono differenti punti di vista sull’importanza delle singole iniziative: personaggi di rilievo come il vicepresidente del parlamento europeo Gianni Pittella e il presidente del gruppo Montepaschi di Siena Alessandro Profumo affermano che l’Unione Bancaria è la riforma più importante, altri (in primis i membri del gruppo Liikanen) affermano che se nel 2007 vi fosse stata una regolamentazione del settore bancario che avesse separato la banca di deposito da quella di investimento il caso Lehman Brothers
non si sarebbe verificato, altri infine vedono nella tobin tax il migliore intervento per domare la finanza: la speculazione ha significativi costi sociali, una tassa sulle speculazioni potrebbe esser lo strumento per far fronte almeno i  parte a tali costi. Non voglio entrare nel merito di quale sia il migliore o il più urgente di tali interventi, soprattutto perché si tratta di provvedimenti di sicuro tra loro compatibili e forse anche complementari.

Altra premessa e che a livello di G20 esiste una regolamentazione comune dell’attività bancaria segnatamente alle dotazioni di capitale che le banche devono avere, si tratta degli accordi di Basilea, che sono oggetto di molteplici controversie. Gli accordi non sono rimessi in discussione dall’Unione Bancaria ma la BCE vigilerà anche su loro rispetto.

La posizione del parlamento europeo può suscitare dubbi sui singoli dettagli, ma è assolutamente necessario che in breve tempo sia tradotta in provvedimenti vincolanti. Oggi serve quella che ormai tutti chiamano Unione Bancaria perché noi europei non possiamo permetterci un’altra “Lehman Brothers a casa nostra”, l’Unione Bancaria potrebbe essere fondamentale sia per la tenuta dell’euro che perché tutti i paesi che oggi aderiscono all’unione continuino ad essere “paesi di prima fascia” sotto il profilo di quelli che gli anglofoni chiamano living standard.

L’Unione bancaria è prima di tutto un meccanismo di prevenzione e risoluzione delle crisi bancarie  e di ricapitalizzazione della banche, ad oggi è chiaro che i paesi che sono costretti a rincorrere lo spread qualora si trovassero di fronte ad una crisi bancaria di significativa portata non sarebbero in grado di ricapitalizzare le banche (il caso spagnolo e sotto gli occhi di tutti), l’Unione Bancaria potrebbe essere quindi, mutuando un’espressione di Guy Verhofstadt, “un sistema di mutualizzazione dei rischi del settore bancario” e se per la mutualizzazione del debito i cittadini dei paesi più virtuosi possono eccepire che per loro non è equità pagare i debiti dei paesi meno efficienti, la situazione è palesemente diversa per quanto riguarda la sostenibilità del sistema bancario. I debiti sono ancora nazionali, l’operatività delle banche trascende i confini degli Stati nazionali.

Oggi è palese che l’efficacia dei controlli delle autorità di vigilanza sul settore bancario nell’Unione Europea è abbastanza difforme, se per esempio in  Italia gli istituti di credito non corrono fino a prova contraria i rischi delle banche spagnole o irlandesi è perché sono stati “vigilati” meglio; occorre un organo unico che vigili sul rispetto di una regolamentazione comune e lo faccia utilizzando le prassi migliori (quelle più rigorose), perché scrivere regole comuni non basta, serve poi che ovunque vi sia lo stesso impegno affinché possano esser rispettate.

Accentrare i controlli sulla BCE tra l’altro garantirebbe maggiore terzietà, oggi i grandi istituti bancari hanno un significativo peso nelle scelte delle autorità che le vigilino, affidare i controlli alla BCE diluirebbe il potere dei singoli istituti vigilati, infine sottoporre tutte le banche alle medesima autorità, alle medesime regole ed alle medesime prassi sarebbe un elemento di completamento del mercato interno e quindi garantirebbe una più equa concorrenza tra i diversi istituti di credito, evitando anche il rischio che vi sia una competizione al ribasso tra le diverse autorità nazionali, ovvero il rischio che le autorità di vigilanza adottino prassi non troppo rigorose per paura di porre in situazioni di svantaggio competitivo le proprie banche (si noti a proposito che il sistema bancario italiano più caratterizzato da una buona vigilanza e da buoni meccanismi di gestione delle crisi, per questo le banche italiane, così come il governo e Banca d’Italia supportano la convergenza sull’Unione Bancaria).

Ritornando all’attualità è stato accertato che l’Unione Europea procederà a ricapitalizzare alcune banche (essendo un po’ più precisi la BCE concorrerà alla ricapitalizzazione delle banche spagnole), trattandosi di un intervento nuovo e significativo dal punto di vista delle risorse necessarie, non si può prescindere di definire un quadro normativo, l’Unione Bancaria servirà anche a questo.

Infine oggi è palese che i singoli Stati non sono in grado di regolamentare autonomamente banche e finanza, deve far riflettere che almeno da due decenni (quindi prima della vicenda Lehman Brothers) si tenti di convergere su una regolamentazione condivisa a livello internazionale, un sistema bancario unico è un passo importante affinché sul tema l’Unione Europea parli con una sola voce  e riesca  a concorrere alla definizione di una governance internazionale.

A questo punto i dubbi sono legittimi. Alcuni per esempio si chiedono perché la funzione di vigilanza debba essere attribuita alla Banca Centrale Europea, ma  forse sarebbe opportuno chiedersi al contrario per quale motivo di tale incarico dovrebbe essere investito un altro soggetto. La funzione di vigilanza del sistema bancario tradizionalmente è propria dell’istituto che batte moneta, le banche nazionali dell’area euro attualmente non battono moneta ma vigilano sui loro sistemi bancari, è razionale pensare, che se si accentra a livello dell’Unione Europea il sistema dei controlli di tale sistema se ne farà carico chi batte moneta, infine la vigilanza bancaria può essere (a mio avviso non a torto) ritenuta fondamentale per la tenuta dell’euro è quindi bene che se ne incarichi chi vigila sull’euro. Si noti che l’Unione Europea aveva costituito un’apposita agenzia per vigilare il sistema bancario, l’eba, che adesso è probabile venga incorporata dalla BCE. E’ stato poi segnalato il rischio di commistioni tra la politica di vigilanza e quella monetaria, tuttavia l’eurotower ha fatto sapere che si doterà di un assetto amministrativo tale da prevenire la sovrapposizione delle due funzioni.

A tal punto ci si domanda quali possano essere le misure richieste dalla BCE per procedere ad operazioni di ricapitalizzazione e soprattutto se i destinatari di tali misure possano essere le sole banche ricapitalizzate o anche gli Stati di residenza delle  stesse, per le considerazione già fatte prima, a mio modesto parere, sarebbe opportuno che se la BCE salva una banca, faccia richieste solo ed esclusivamente alla banca salvata. A proposito si noti che nelle ultime settimane il governo di spagnolo è parso abbastanza ondivago sula questione della ricapitalizzazione delle banche, forse l’Unione Bancaria darebbe la possibilità per Madrid di trattare solamente con la BCE e non dover negoziare con la famigerata Troika? Forse a Madrid hanno motivo di ritenere che ad Unione Bancaria fatta potrebbero ottenere condizioni migliori? Di certo tagliando fuori il Fondo Monetario Internazionale dalla gestione delle crisi delle banche europee, le istituzioni europee ne uscirebbero rafforzate, a condizione, ovviamente, di saper gestire le crisi.

Infine c’è il tema del controllo democratico, prerogativa che il parlamento richiama per se, è  questo forse il passaggio più arduo da decifrare. Sicuramente il Parlamento Europeo non si intrometterà nelle questioni operative e di vigilanza, quello che potrà però fare è concorrere a definire il quadro regolamentare in cui si muoverà la BCE e soprattutto imporre alla BCE trasparenza anche per mezzo di obblighi di relazioni periodiche e su tematiche specifiche (per esempio una ricapitalizzazione di una banca); infine qualora si accettasse il principio che per procedere ad una ricapitalizzazione si debbano imporre condizioni anche agli Stati, alla definizione di tali condizioni potrebbe concorrere il parlamento. Il controllo democratico potrebbe quindi essere la strada per mitigare il ruolo della BCE, che come polemicamente sottolinea qualcuno potrebbe diventare una banca troppo centrale.

In conclusione la proposta che prende il nome di Unione Bancaria appare lo strumento più adeguato a garantire la stabilità ed il buon funzionamento del mercato bancario, i suoi benefici sono nettamente superiori ai suoi costi e se qualcuno teme che l’equilibrio dei poteri nell’Unione Europea possa divenire troppo sbilanciato a favore della BCE è bene puntualizzare che oggi la voce dell’istituto di Francoforte si sente troppo forte soprattutto perché le altre istituzioni parlano troppo piano, esistono strumenti per far si che la disciplina della finanza non sia una partita giocata solo dalla BCE, ma le altre istituzioni devono voler essere della partita.

Salvatore Sinagra

Milano, 5 Ottobre 2012

 

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