Note per un dibattito. 17 febbraio 2011

Di Roberto Musacchio

Un’avventura chiamata Europa

“Quando la principessa Europa fu rapita da Zeus trasformatosi in toro, suo padre Agenore, re di Tiro in Fenicia (la Siria di oggi), mandò i suoi tre figli maschi alla ricerca della sorella perduta. Uno di essi, Cadmo, fece vela verso Rodi, sbarcò in Tracia e vagò per le terre che in seguito avrebbero preso il nome della sventurata sorella. Giunto a Delfi, chiese all’oracolo dove si trovasse Europa. Su quel punto la Pizia, fedele alle sue abitudini, si mostrò evasiva, ma fece il favore di regalare a Cadmo un consiglio pratico: “ Non la troverai. Prendi invece una vacca: la seguirai pungendola, ma non lasciarla mai riposare. Nel punto in cui cadrà a terra sfinita, costruisci una città”. Ecco la storia dell’origine mitica di Tebe ( da cui, osserviamo noi col senno di poi, si avviò una concatenazione di eventi che fu il filo con cui Sofocle ed Euripide tesserono l’idea europea di legge, consentendo ad Edipo di mettere in pratica quella che sarebbe divenuta la cornice fondamentale per l’indole, i tormenti e lo scenario di vita degli europei ). “Cercare l’Europa – così Denis de Rougemont commenta la lezione di Cadmo – significa crearla! L’Europa esiste attraverso la sua ricerca dell’infinito,ed è questo che io chiamo avventura”.

Da “ L’Europa è un avventura “

di Zygmunt Bauman.

Volendo provare a proporre un ragionamento sull’Europa per il nascente gruppo di lavoro di SEL [n.dr. Sinistra e Libertà] mi è sembrato giusto partire da questa citazione che apre il libro di Bauman perché essa è densa di materiali importanti per il tipo di approccio che ho in mente. L’Europa appare come uno dei grandi miti fondativi della cultura umana. Come tale è ben di più di una realtà o di una costruzione materiale ma è una vera e propria narrazione. Per giunta il mito ce la consegna come storia aperta, un qualcosa che non si troverà ma che vive della sua ricerca e di ciò che questa ricerca produce. Siamo di fronte ad una parte  significativa di quell’umanesimo che, lungi dall’essere una categoria astratta, è ciò che mantiene una tensione permanente tra i processi storici e il persistere di un futuro aperto. L’Europa è il pensarsi in un tempo e in un luogo che però sono in cammino permanente. E quel che conta è proprio il cammino, perché tutto il resto è incerto.

Anche il luogo di partenza, se pensiamo che per Europa i greco-romani intendevano i luoghi che abbracciavano il Mediterraneo e che solo dopo la battaglia di Poitier un monaco chiamò Europa le terre a Nord degli arabi, sconfitti in quello scontro che diede vita appunto all’Europa carolingia. Come vediamo, già a questo punto, abbiamo incontrato tanti spartiacque. Il mare Mediterraneo che unisce e quello che divide.

Quello che è culla, habitat di quella particolare tra le specie che è la umana, e quello che è luogo di divisioni e guerre. Di certo, in epoca di globalizzazione, possiamo ritrovare le vie per un’altra idea di con/dividere il mondo. Quella che poggia proprio nel desiderio dell’avventura che si esprime nel mito d’Europa. Che, ancora più dentro i processi della natura, fa del movimento l’elemento fondamentale del realizzarsi della biodiversità, dalle realtà monocellulari migranti dall’acqua alla terra, dai primi sapiens migranti dall’Africa al mondo, alle odierne società multietniche. Anche qui spartiacque, tra intreccio o rottura tra specie sapiens e natura; tra libertà, appunto di muoversi, e costrizione a farlo o a non farlo; tra convivenza/meticciato e guerra, costruzione del capro espiatorio. E insieme, come ricorda Bauman, le costruzioni dell’io ( da Edipo a Freud ) e del noi ( il farsi legge, stato, economia …). Materiali dunque che hanno impastato una parte grande della Storia e che ci consegnano quell’Oggi che qualcuno vorrebbe fine della storia stessa e dominio del pensiero unico. Ma è proprio la potenza magmatica di questi materiali che scorrono vivi nella storia dell’Umanesimo che può farci dire della povertà di ogni approccio riduzionistico. In fondo tutto il farsi storia del mito di Europa ce lo conferma. Il mito è riuscito a sopravvivere a tutto ciò che si è determinato col suo incarnarsi. Ed è tanto, nel bene e,   drammaticamente troppo, nel male. L’Europa è qui, la sua storia sospesa tra il più ricco degli intrecci tra natura e cultura e il prodursi delle mostruosità più aberranti. Di tutto ciò vivono i nostri cromosomi individuali e collettivi. E oggi siamo,forse, al compimento del mito. La globalizzazione, che fu il sogno di un’avventura infinita, è la realtà che chiede all’Umanesimo di compiersi per non sopperire.

L’Europa dunque come luogo o, anche di più, idea di un’altra globalizzazione. Non una costruzione chiusa, un superstato, ma al contrario un punto di vista per la realizzazione di una convivenza globale democratica. Ma è possibile? Io penso di si. I materiali che si sono depositati nel farsi storia del mito possono essere re impastati. Sono materiali che rappresentano una parte grande di quella che possiamo chiamare la modernità che si affermata come epoca lunga della storia dell’umanità. Naturalmente la datazione di questa modernità è materia discussa, ma io riterrei errato delimitarla all’epoca dello sviluppo industriale, che pure ne caratterizza la fase contemporanea, escludendo le epoche antiche che hanno impastato cognizioni fondamentali in ogni campo. Hanno una complessità storica, culturale, economica, sociale, scientifica ) tale che seppure ha determinato il soccombere di altre possibili modernità non ne ha estirpato la possibilità. Anzi, lo sviluppo culturale, sociale e scientifico, ne hanno palesate di nuove. Non a caso è qui che prendono corpo il movimento operaio e poi i nuovi movimenti , dal femminismo all’ecologismo. Ma anche il pensiero liberale è in Europa assai più di una semplice teoria economica statuale al servizio dell’affermarsi della borghesia e delle sue costruzioni nazionali, impregnato come è di elementi di diritto e di convivenza universalistici. Complessivamente l’Europa si è formata, pur per vie diverse nelle sue varie realtà, in un crogiuolo culturale che ha saputo costruire relazioni particolari tra lo sviluppo economico, il lavoro,gli assetti naturali, le realtà urbane diffusesi con l’uscita dal feudalesimo, le forme di governo. E’ ciò che ci fa parlare di un modello sociale europeo, che in realtà è un modello culturale in senso forte. E’ ciò che ha fatto si che insieme al formarsi degli Stati Nazionali permanesse ed anzi trovasse nuova linfa l’idea di una costruzione più ampia. Una idea che ha preso percorsi diversi in epoche diverse, comprese quelle più antiche; che vive in fondo anche in pensieri che hanno guardato a costruzioni di tipo sociale (l’internazionale futura umanità ); che ha preso corpo anche in esperienze terribili che invece dell’umanesimo volevano realizzare la superiorità razziale. Anche per questo è importante che siamo nel luogo dove si è pure stati capaci di guardare in faccia, vivendone l’orrore ma senza pietrificarsi, le abiezioni più terribili che individualmente e collettivamente la specie umana abbia potuto immaginare, e provare a redimersene. L’Europa che ha preso corpo nel secondo dopoguerra è anche frutto di questi processi; e chi la ha pensata nelle varie famiglie del pensiero democratico europeo aveva questo afflato. E’ per tutto ciò che anche l’Europa che oggi concretamente esiste ha in sé contraddizioni grandi che esprimono sì un prevalente ma anche la possibilità di alternativa. Il prevalente, non c’è dubbio, è il costringere la costruzione europea all’interno di una semplice variante della globalizzazione liberista. Ciò significa, al fine, negare l’Europa stessa, e non a caso stiamo assistendo ad un processo di costruzione che contemporaneamente smantella i portati fondanti di quello che è un vero modello culturale e sociale. Ma d’altro canto questo smantellamento non è né indolore né scontato e, al contrario, si possono produrre materiali per una risalita.

La ricerca su tutto ciò sarebbe lunga e impegnativa e non può essere oggetto di questa nota che ora deve necessariamente virare su una ipotesi di lavoro. Ma sono voluto partire con questo approccio perché è al fondamento di quello che io penso sia la bussola indispensabile. L’Europa non è un luogo separato di una politica che si gioca ancora sullo scacchiere nazionale ma una delle chiavi di reinterpretazioni di tutta la politica. Ancora di più: se è vero che siamo di fronte ad una crisi della politica che è in realtà la crisi di una intera fase della modernità, che coinvolge addirittura la idea di democrazia, riattraversare i processi per reindirizzarli è indispensabile. Dunque è una pratica necessariamente fondativa e quotidiana. A questa reinterpretazione e a questa pratica dobbiamo dedicarci con passione.

Se parto dal prevalente che considero negativo non è dunque per catastrofismo ma per leggere le criticità. Sono molte ed anche in potenziale contraddizione tra loro. Si sta affermando un’ Europa che rischia, come dicevo, di negare se stessa. Il rapporto col modello sociale è parte non secondaria di questa identità europea. Il lavoro, il suo ruolo costituente, il welfare, i suoi valori oltreché le sue prestazioni, il pubblico come strumento che crea una realtà condivisa, sono pilastri che vengono permanentemente minati in questa fase di costruzione dell’Unione. Il ruolo del lavoro è sostanzialmente ridotto ad impiegabilità in funzione della centralità della impresa depositaria della sovranità reale in quanto proiettata nella globalizzazione. Il lavoro può essere solo frutto della crescita che si determina grazie alle politiche di sostegno all’impresa che devono essere messe in campo e che coincidono con le liberalizzazioni e le privatizzazioni. Naturalmente questo prevalente è variamente declinato a seconda delle aree ed è accompagnato dalla enunciazione di elementi valoriali che concernono il diritto del lavoro o il ruolo della innovazione e della conoscenza di cui è ampiamente ridondante la cosiddetta Strategia Sociale della UE da Lisbona 2000-2010 all’attuale strategia Europa 2020. Ma sono i dati stessi del consultivo di Lisbona che ci dicono che le cose sono andate in direzione assai diversa. L’obbiettivo del 70% di occupazione media previsto è ben distante ed anzi i due anni ultimi di crisi hanno determinato significativi ritorni all’indietro; molta dell’occupazione prodotta è di carattere precario e prevalentemente destinata a rimanere tale o a ripiombare nell’inoccupazione come è accaduto con la crisi; la precarietà colpisce in particolare giovani e donne; si presentano aree crescenti di lavoro povero che contribuiscono ad un dato di povertà complessiva che ormai sfiora il 20%; le forme individualizzate di relazione lavorativa, l’aut aut in deroga ai contratti collettivi, di cui era previsto il superamento si stanno invece allargando; la forbice reddituale interna ai Paesi e nell’Unione è in grande crescita ampliando i processi di dumping. L’inserimento del diritto del lavoro nei processi costitutivi dell’Unione appare inadeguato e contraddittorio. La Carta di Nizza è più debole di molte normative nazionali, risulta aggiuntiva al processo costituente fondato sul mercato e sulla moneta, non riesce a definire a sufficienza un nuovo terreno comunitario del diritto del lavoro che è indispensabile a fronte dei processi materiali o di sentenze della Corte di Giustizia come nel caso Laval. Le ferite  aperte sul versante lavoro hanno non poco determinato un fallimento sostanziale degli obiettivi di armonizzazione previsti per l’Europa.

Analogamente avviene per le prestazioni di welfare per altro storicamente intrecciate a quelle del lavoro, sia pure con differenze che per altro riguardano anche i mercati del lavoro. Anche qui c’è una scissione evidente tra gli obiettivi proclamati e quelli raggiunti. La qualità e la quantità dei servizi prodotti resta segnata dalle stesse differenziazioni che si avevano all’inizio della integrazione. Il  carattere complessivo è decrescente e lo spostamento verso il privato ha determinato più che altro un decremento delle prestazioni a vantaggio della profittabilità spesso speculativa. Si è negata una realtà storica che vede nel pubblico il fattore che è stato decisivo per fare dell’Europa il Continente, per alcuni versi unico, che ha consentito l’accesso tendenzialmente universale a beni comuni come l’acqua, l’istruzione o la salute e la previdenza. La riduzione del welfare avviene per altro in presenza di un aggravarsi di fenomeni di povertà, emarginazione e all’emergere di nuovi bisogni come quelli connessi all’invecchiamento della popolazione.E’ bastata per altro la crisi finanziaria di questi due anni per azzerare gli effetti delle cosiddette politiche di rigore rilanciando clamorosamente i deficit.

Appare dunque incredibile che venga riproposta di fronte alla crisi una politica monetaristica per giunta rafforzata. Essa è destinata ad acuire enormemente le sofferenze sociali senza incidere né sulle cause strutturali né su quelle congiunturali della crisi, né su quelle globali, né su quelle interne all’Unione. Non c’è dubbio per altro che se la moneta unica è stato un effettivo strumento di armonizzazione dell’UE, il monetarismo al contrario ha ingessato le distorsioni ed acuito le contraddizioni. Affidare alla stabilità monetaria, quale strumento impositivo delle politiche liberistiche, i compiti propri di una politica economica e sociale ha portato sia alle mancate armonizzazioni sociali di cui dicevo, sia ad un congelamento degli interessi produttivi nazionali. L’Europa continua ad essere divisa in due macro aggregazioni, una volta ad una economia di esportazione e l’altra costretta a dipendere dalle importazioni. Il che, considerando anche che nonostante la globalizzazione una parte significativa dell’economia della UE è interna, cosa per altro potenzialmente di grande valore, determina squilibri finanziari, sociali e produttivi. Che non vi sia una politica industriale Europea, a partire da quella della mobilità, è un’autentica follia.

Una Europa così somma insieme due tendenze entrambe negative. Un prevalente dell’Europa Carolingia, franco tedesca, a danno di un’idea integrata ed aperta. Un’Europa subalterna alle altre economie globalizzate, da quella americana a quella cinese. Questa Europa diviene incapace di sfruttare appieno i propri potenziali. Un esempio significativo è la debolezza con cui determina al proprio interno e si batte sullo scenario globale ad esempio sulla conversione ecologica dell’economia. Faccio solo un esempio per mostrare quali potenzialità ha l’accumulo di civiltà incarnato dal modello europeo: per ogni dollaro di valore prodotto l’economia europea emette la metà di grammi di CO2 di quella USA e di quella cinese, che sono significativamente allo stesso livello. Un posizionamento formidabile dato dalla qualità produttiva e sociale europea. Eppure la sia pur importante produzione di decisioni sulle politiche climatiche fatta dall’Europa è ben lungi dal divenire la chiave di volta per affrontare le scelte sulla crisi sia all’interno che nel  consesso globale.

Discorso analogo si può fare per i diritti. Essi potrebbero rappresentare la chiave di volta per un’altra globalizzazione. La storia insegna che diritti del lavoro, diritti sociali e democrazia sono stati intrecciati ed hanno costituito l’architrave della modernità europea più propulsiva. E’ incredibile che oggi che si pone la necessità e la possibilità di una loro globalizzazione l’Europa vi abdichi. E l’abdicazione avviene su punti chiave. Prendiamo il lavoro. L’Europa nasce con il riconoscimento del diritto del lavoro a liberarsi dalla condizione di servitù feudale e dunque a muoversi liberamente per cercare di realizzarsi. Già su questo valore storico del diritto alla mobilità per lavorare si registra una cesura reazionaria. La mobilità viene negata come diritto e tuttalpiù concessa per funzioni. Il caso dei migranti extracomunitari è il più estremo ma è molto grave anche l’idea di limitare il diritto di mobilità anche per i comunitari. Tutto ne viene stravolto.

Non c’è più un diritto in sé ma la concessione solo a chi serve e si adatta. E la cittadinanza può essere limitata per censo, perché chi non ha reddito non può circolare e soggiornare. E’ una rottura totale con le modernità antiche e contemporanee, con i diritti liberali e sociali. Arriviamo al punto che alcuni pensatori liberali possano scrivere che diritti di cittadinanza e sociali sono cose distinte e distinguibili e che possano esistere l’uno senza gli altri. Appunto, la subalternità insieme agli USA e alla Cina, verso la quale si oscilla tra protezionismo, omologazione, incapacità di relazione propositiva. E insieme al diritto alla mobilità si tende a negare al lavoro il diritto di coalizione, cioè di essere riconosciuto come soggetto collettivo autonomo. Naturalmente il tema dei diritti non concerne solo il lavoro. Io ne propongo una lettura integrata perché tale è stato il processo storico. Ma l’Europa fortezza, contro i migranti, è quella che scioglie in negativo le proprie ambiguità e fa del Mediterraneo non la sua culla ma la sua frontiera e il suo tragico cimitero. Tutto ciò trasuda di schizofrenia se si pensa che documenti ufficiali della Commissione parlano di un bisogno grande di migranti come di mobilità interna. Ma la tentazione è di costruire un funzionalismo ademocratico che nega il concetto stesso di diritto. Viene ammesso solo ciò che è compatibile con una società modulata sulla logica di impresa. Per il resto si evoca permanentemente la paura dell’altro, gli impulsi xenofobi. La politica viene riconvertita in gestione della funzionalità e della paura. Non c’è da meravigliarsi che in questo quadro riemergano forme di razzismo antiche ed ancestrali insieme all’emergere di forme nuove di differenzialismo antropomorfico. Pensare ai test di ammissione alla cittadinanza che vengono introdotti e rivedere quelli che si facevano in America mostrati dallo splendido film il mondo nuovo è tuttuno.

Ma in un quadro così è l’idea di democrazia socialmente connotata storicamente realizzatasi in Europa che viene in crisi. E dalle radici. Le radici sono il riconoscimento del punto di vista altro e del diritto al conflitto. Questo viene messo in discussione. Il conflitto viene esorcizzato ed espunto. Le scelte si ammantano di una valenza tecnica, obbligata. Ciò è particolarmente rischioso perché la globalizzazione ha reso i meccanismi decisionali più astratti. E perché la realtà si è fatta più complessa, interdipendente e prossima alle soglie e chiederebbe come insegnano i filosofi della complessità più democrazia e non meno.

Quello che sta accadendo in Europa con la crisi è un cambio di scenario decisivo. La governance si è rafforzata. Le decisioni sono assai più strutturalmente ricondotte al livello comunitario. Questo è anche un fatto importante perché mostra una maturità indispensabile per affrontare la globalizzazione e la sua crisi.

Ma ciò avviene con una assoluta preponderanza dei poteri esecutivi, del coordinamento dei governi e delle tecnocrazie a scapito delle forme democratiche. Ed avviene su contenuti che confermano quel quadro di comando monetaristico così responsabile della crisi. Il paradosso è evidente se si pensa che dall’altra parte pure l’UE si è dotata dell’unica forma esistente di Parlamento  continentale eletto a suffragio universale. Ma non è alla democrazia che ci si affida ma alle funzioni governiste. Così come è paradossale che il lungo lavoro per una costituzionalizzazione abbia prodotto un Trattato più segnato dall’epoca recente della

globalizzazione che dal respiro profondo del modello europeo.

Non è dunque un caso che questa Europa appaia muta nello scenario globale. Questo assai più di ciò che effettivamente sia. Prendiamo la Pace, che pure è stata l’aspirazione grande che ha portato ancora più di altre all’affermarsi del bisogno di Europa dopo le tragedie delle guerre mondiali. Ebbene proprio sulla pace l’Europa è stata impotente e divisa, spesso complice, sia negli scenari lontani che in quelli più vicini come la ex Yugoslavia. La teoria della guerra infinita ha inquinato l’Europa che ha addirittura teorizzato la guerra umanitaria. Ma non solo il subire la guerra, ma anche il non saper praticare la pace come è evidente dal conflitto Palestina-Israele, a quello curdo a tanti altri. Una Europa incapace di una politica verso l’Africa come verso l’America Latina. Che non mantiene i propri impegni come nei confronti dell’allargamento alla  Turchia impantanato da nuovi discriminanti religiose e da incapacità geopolitiche. Che non riesce a determinare neanche una integrazione dell’area dei Balcani della cui disgregazione porta pesanti responsabilità.

Non è un caso che in questa Europa tutte le sinistre e le forze progressiste conoscano una fase di grande difficoltà. I governi di centrosinistra che erano la maggioranza larga ai tempi di Delors e del lancio della Strategia di Lisbona, sono ridotti a pochissimi, per altro in crisi. D’altro canto si sono andate affermando forze di destra di matrice reazionaria e xenofoba particolarmente inquietanti. Ciò non significa però che l’Europa sia definitivamente andata a destra. D’altro canto infatti sono tornati movimenti di grande rilievo e su molteplici scenari. Parlo delle lotte sindacali e sociali in questa fase di crisi. Ma parlo di una più generale partecipazione all’esperienza dei movimenti di altermondialismo che ha visto significative presenze ed articolazioni europee. Tanti sono i fronti aperti, dalla precarietà, all’acqua, alla scuola, ai migranti. Sono movimenti che cominciano a diffondersi significativamente anche in quello che è stato l’Est europeo e che realizzano forme di armonizzazione che non riescono invece alle politiche ufficiali. Le stesse sinistre e forze progressiste stanno provando in più casi a ripensarsi senza negarsi nella propria identità ed anzi recuperando una qualche autonomia dopo la stagione della omologazione alla modernizzazione liberista interpretata dal blairismo e dalla Terza via. Questo vale per le forze socialiste, dalla SPD, al PSF, al Labour. Vale per gli ecologisti,i siano essi i Grunen tedeschi o l’esperienza originale di Cohn-Bendit in Francia che non a caso lega ecologismo ed Europa. E vale per l’esperienza del Partito della Sinistra Europea che vive innanzitutto della capacità della Linke tedesca di rivisitare e ricongiungere storie passate, della Germania e dell’Europa, senza sconto ma anche senza rimozioni. Per tutte queste forze il tema è quello di un salto di qualità indispensabile. Bisogna costruire una politica che viva a livello dell’Europa, dei suoi cittadini, dei suoi lavoratori, dei suoi giovani come politica quotidiana e di prospettiva. Bisogna costruire una rappresentanza di questa politica, sindacati, movimenti, piattaforme, vertenzialità, soggetti politici. E per farlo occorre superare i limiti e le strettezze nazionali ma anche le vecchie divisioni tra le forze del 900.

Ma per farlo occorre pensare di voler stare in Europa e di appartenere al campo della sinistra che tutta l’Europa riconosce. La situazione italiana è da questo punto di vista paradossale. La sinistra italiana ha avuto la fortuna di non avere divisioni acute tra forze europeiste ed antieuropeiste, come pure è accaduto, e ancora permane in altri Paesi europei. Sia pure con tragitti propri le grandi forze della sinistra italiana si riconoscono nell’europeismo di sinistra, e non fu un caso che Spinelli fosse eletto a Strasburgo dal PCI. Ma ora, anche per la influenza del blairismo, si è creata con il processo di costruzione del PD il rischio di una vera anomalia con l’emergere di una aggregazione di forze che seppure non nega la centralità europea mutua un prevalente di cultura politica da forme di americanismo che rischiano nei fatti di indebolire la forza della costruzione comunitaria. Non c’è nel dire ciò alcun sentimento di antiamericanismo né una idea arroccata di Europa. C’è al contrario l’adesione ad un percorso storico la cui negazione, come detto fin qui, rischia di essere un danno per qualsiasi ricerca di diversa globalizzazione e per i processi democratici in atto negli stessi USA. Non c’è dubbio che la volontà di negare una soggettività autonoma alla identità della sinistra, di assumere i modelli della democrazia statunitense e di incorporare la logica imprenditoriale e sociale USA, vanno in questa direzione. La difficoltà evidente in Europa a comprendere il fenomeno PD sta in ciò. Ma ciò rappresenta un problema anche per l’Italia che avrebbe bisogno invece di una sinistra capace di proiettarsi pienamente nella costruzione di una Europa diversa. Che lo scenario Europeo sia decisivo per le politiche nazionali è evidente a tutti, e l’Italia non sfugge alla regola. Si può dire che il centrosinistra vinse le elezioni con l’uomo più emblematicamente capace di proiettarla in Europa, Prodi. Ma poi perse il governo per l’incapacità di contribuire ad una strada diversa dalla subalternità al monetarismo. E si può dire che la parabola delle destre sta tra il vecchio Tremonti anti Bruxelles e l’attuale Tremonti ortodosso della BCE. In mezzo a queste due realtà, del centro sinistra e delle destre, ci sta un’Italia che avrebbe bisogno di stare in Europa ma di pesarci. Invece per una parte, e penso alla non attuazione delle politiche climatiche, non ci stiamo; e per un’altra, e penso alla subalternità della legge di stabilità, subiamo i diktat tedeschi. L’“autonomia” che si concede Tremonti è quella di scegliere nella crisi un profilo tutto filo leghista, con due misure, lo scudo fiscale e l’uso del FSE per pagare la cassa integrazione, che parlano ad un’area e a certi ceti imprenditoriali. Non è un caso che le destre si siano divise perché l’idea di Tremonti e della Lega è che questo Paese così come è non passa tutto intero nella crisi. E dunque occorre che l’Italia stia nell’Europa della crisi come una sorta di Lega Italia. Subalterno all’asse forte, più spezzettato geograficamente e socialmente. E’ qui che il tremontismo può convivere con il marchionismo per il resto assai più americanizzante. Convive perché aiuta quello spezzettamento cui si oppongono le vere strutture portanti l’unità del Paese come il contratto nazionale di lavoro. La vicenda di Marchionne è emblematica perché la sua filosofia è stata respinta in Germania dai sindacati come dalla Merkel; la sua FIAT perde costantemente mercati europei ricercando altri improbabili lidi, ma lui diventa l’uomo per tutti, centrodestra e buona parte del centro sinistra. Il danno è grave. Ancora prima che per il centro sinistra, che rischia di essere subalterno a tutto e tutti, alla Merkel come a Tremonti e a Marchionne, per l’Italia. L’Italia infatti ha bisogno di lavorare ad una Europa diversa. Continuo con l’esempio delle auto. Ma perché non chiediamo una politica europea dell’auto? Perché mentre in Germania e in Francia il pubblico investe sulla innovazione auto, si rilocalizzano e reinternalizzano le produzioni e si fanno record di produzione e vendita, in Italia si spezzetta e si inseguono i SUV? Ma dice niente che il parco vetture prodotto in Italia avrebbe un vantaggio di emissioni in meno di quasi 20 grammi per km su quello tedesco e che non si vende in Europa anche perché la crisi ha lasciato in piedi solo la domanda medioalta? L’Italia ha bisogno di Europa anche perché la sua struttura socioeconomica ha distorsioni profonde che chiedono di essere sanate. La base occupazionale più ristretta; l’esclusione lavorativa più ampia per giovani, donne e aree meridionali; un welfare striminzito e pagato tutto dai lavoratori dipendenti; un doppio regime fiscale che accompagna quote di evasione e di elusione che non hanno pari in Europa; un tasso di laureati bassissimo e prevalentemente femminile; un sistema di imprese affetto da nanismo ecc. Questo stato di cose richiede una riforma radicale, una riscrittura del patto sociale che vada però in senso opposto a quello voluto dalle destre e in direzione assai diversa da quella pensata dal prevalente, fin qui, del centro sinistra. Ma questa riscrittura nazionale deve avvenire nell’ambito di una riscrittura del profilo dell’Europa. Abbiamo una situazione di emergenza. Se si va, come deciso, ad un obbligo di rientro accelerato non solo dal deficit ma anche dal debito, il rischio per l’Italia è di dover pagare in pochissimi anni alcune decine di miliardi di euro. Se continuerà ad operare la destra come fin qui fatto sarà un massacro. Ma se si pensasse di dar corso ad una larga alleanza post berlusconiana che, pur mitigandolo, assumesse lo stesso quadro, sarebbe comunque un disastro. Occorre invece prospettare un quadro diverso per l’Italia e, necessariamente, per l’Europa. Non basta dire che il risanamento va accompagnato con lo sviluppo. La crisi che viviamo è precisamente frutto di questo risanamento e di questo sviluppo. Occorre una diversa idea di risanamento e una diversa idea di sviluppo. Ci sono elementi minori ma importanti che vanno agiti come far calcolare anche il debito privato e puntare con decisione sugli eurobond. Per queste cose c’è spazio di manovra. Ma poi occorre mettere in campo una idea di risanamento che punti sul serio sulle anomalie italiane, ingiustizia fiscale e scarsissima occupazione, chiedendo una sponda in nuove politiche europee. A queste nuove politiche dobbiamo lavorare attivamente, costruendone i soggetti. Penso a vere e proprie coalizioni europeiste. Una coalizione per il lavoro che ponga il tema dell’armonizzazione e della estensione dei diritti; di livelli contrattuali europei, a partire dal settore auto; di un reddito minimo europeo che, come nella risoluzione assai buona votata da poco dal PE, lavori non ad un sussidio di povertà ma ad una armonizzazione salariale e alla copertura del precariato e della disoccupazione; che ponga il tema di politiche di sviluppo a livello dell’Unione e di una esigibilità del Welfare; e che, per fare ciò, si doti di forme di rappresentanza che esprimano un fattivo riconoscimento del diritto di coalizione.

Penso ad una coalizione per i beni comuni, che rilanci l’idea di welfare e di pubblico partecipato, a partire dalle lotte per l’acqua o dalla richiesta sindacale di una direttiva quadro per i servizi di cittadinanza. Penso ad una coalizione per la cittadinanza, il diritto al permesso di soggiorno per ricerca di lavoro e l’integrazione dei diritti di lavoro, i diritti dei migranti, alla mobilità e al soggiorno, per i Rom e le minoranze sulla scorta della petizione che fu proposta qualche anno fa da Trentin. E penso ai diritti civili per tutte e tutti, contro ogni discriminazione a partire da quelle di sesso, che riguardano tutti i Paesi di Europa ma ne fa soffrire alcuni di più e tra questi l’Italia. Penso infine ad una coalizione per la democrazia, urgentissima. Va ricostruito un processo democratico di costruzione dell’Unione per una Unione diversa. E’ urgente che la taskforce per la gestione della crisi economica che è composta da governi e banca, trovi un interfaccia politico sociale nei parlamenti e nei soggetti organizzati. E’ urgente cambiare le priorità del risanamento forzando anche sui trattati, già forzati del resto dal costituzionalismo di fatto dei governi, perché si intervenga sulle materie economiche e sociali. Ma sono il processo e il modello che vanno cambiati compiendo una scelta di ripensamento e riscrittura federalista e democratica secondo le proposte avanzate dalle organizzazioni europeiste della scuola di Spinelli. Naturalmente non penso ad una politica a macchia di leopardo ma di una costruzione organica e di respiro. Dico coalizioni per indicare la costruzione di potenze democratiche in atto. E penso anche all’uso di strumenti nuovi ora disponibili come quello delle raccolte di firme, un milione in almeno 7 paesi, per iniziative di cittadini che propongono direttive a Commissione e a Parlamento ( che incredibilmente non ha potere legislativo ).

Naturalmente, come ha già detto, serve una nuova forma della sinistra in Europa. Noi partiamo dalla nostra realtà e dalla nostra esperienza, l’essere una forza che ha riferimenti internazionali nelle tre famiglie, la socialista, la verde, e la sinistra europea, per lavorare con tutti, consci della nostra modestia ma affascinati da questa grande avventura.

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