CONTRIBUTO AL CONVEGNO DI PESCARA ‘CONFRONTO MFE-MONDO DELLA POLITICA. QUALI INIZIATIVE COMUNI PER LA FEDERAZIONE EUROPEA?’

Pubblichiamo un primo contributo pervenutoci per il convegno-confronto di Pescara del 29-30 gennaio 2011

di Alcide Scarabino

Il Movimento Federalista Europeo ha sempre privilegiato l’azione di pressione e d’influenza sul ceto politico nazionale, caratterizzandosi come un movimento concentrato sull’ambito istituzionale. Solo molto di recente l’MFE ha mostrato di volersi aprire alla società civile e ai suoi numerosi movimenti e associazioni. Noi riteniamo che, senza abbandonare il nostro ambito tradizionale, l’MFE debba continuare su questa strada, di apertura e d’interlocuzione con quelle istanze di base con le quali possiamo costruire azioni comuni. Dialogare con altri, però, può essere proficuo per tutti solo se l’MFE è in grado di esprimere una posizione chiara e articolata su questioni diverse, senza limitarsi a sbandierare l’obiettivo finale della Federazione Europea. Naturalmente, per arrivare a questo i percorsi possibili sono più di uno. A tale proposito, noi proponiamo che l’MFE alzi la bandiera della cittadinanza e sollevi la questione dei “Diritti Civili dei Federalisti”. Cosa significa? Semplicemente, partire dal presupposto che un federalista si sente, prima che cittadino italiano, un cittadino europeo e, prima che cittadino europeo, un cittadino del mondo. In linea di principio, i federalisti hanno sempre sostenuto questo concetto. Quello che però è mancato è il trarre dalla petizione di principio tutte le sue conseguenze politiche e civili. In altre parole, se la nostra appartenenza al mondo e poi all’Europa prevale su quella nazionale, i federalisti dovrebbero rivendicare questa priorità in almeno tre ambiti che riguardano i loro diritti individuali in quanto persone cosmopolite:

1. CIVILE. Due esempi. A) Chiedere di svolgere il servizio militare non più solo nelle Forze Armate nazionali, ma anche nei piccoli nuclei militari integrati dell’Unione Europea e nei Caschi Blu delle Nazioni Unite. B) Nel volontariato, rafforzare il Servizio Civile Europeo eliminando il limite d’età che attualmente è fissato a 30 anni e promuovere un volontariato mondiale sotto l’egida delle agenzie dell’ONU competenti per settore.

2. POLITICO. Rivendicare il diritto di scegliere democraticamente le nostre rappresentanze nelle istituzioni internazionali, quali il FMI e la Banca Mondiale, ma soprattutto nelle Nazioni Unite e nelle sue agenzie specializzate. Qui il peso degli stati membri dovrebbe essere ponderato sulla base della popolazione e, in via subordinata, del PIL. Allo stato delle cose, rivendicare un “diritto di voto mondiale” avrebbe senso solo in secondo grado, cioè mediato dai nostri rappresentanti nazionali già eletti, visto il prevedibile scarso interesse della gente rispetto a una questione così apparentemente lontana dal loro quotidiano. A livello continentale, se questo è un dato acquisito per l’Unione Europea, è ancora molto lontano per l’Unione Africana o l’Organizzazione degli Stati Americani, e per tutte le aree di libero scambio, come il Mercosur o il Nafta.

3. FISCALE. Rivendicare il diritto all’opzione fiscale, chiedere cioè di poter versare una parte delle imposte dovute non più solo a destinatari nazionali, ma anche europei e mondiali. Una prima forma di opzione fiscale fu introdotta vent’anni fa con l’8 per mille, ma limitata solo all’ambito religioso. Seguì il 4 per mille da destinare a partiti e movimenti politici, che però non ebbe successo. Infine dal 2006 è stato introdotto il 5 per mille, che per sua natura meglio si presta a una richiesta di allargamento dei beneficiari all’ambito europeo e mondiale (viene confermato di anno in anno da un decreto collegato alla legge finanziaria e vede un ampio spettro di beneficiari, come le associazioni di volontariato e le Onlus, le associazioni di promozione sociale regionali e locali, associazioni e fondazioni riconosciute, gli enti di ricerca scientifica e dell’università). Come nuovi beneficiari, pensiamo ad organizzazioni private internazionalmente riconosciute, come Amnesty International, Médécins sans Frontières o Greenpeace, che attualmente possono essere sostenute solo individualmente. Un secondo esempio di opzione fiscale: chiedere di versare la quota d’imposta destinata alla difesa nazionale ai primi nuclei di Forze Armate europee e ai Caschi Blu dell’ONU (l’esperienza di riferimento è quella dell’obiezione fiscale alle spese militari attuata negli anni ’80 da gruppi pacifisti).

Sappiamo bene che, allo stato attuale, la base giuridica per un’azione politica volta a rivendicare concretamente i “Diritti Civili dei Federalisti” è inesistente o molto debole. Quello che conta, però, è il porli come obiettivo strategico, quindi di lungo termine, dell’azione federalista. In questo campo ci troveremmo in una fase analoga a quella delle prime rivendicazioni femministe e delle prime agitazioni operaie per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori della fine dell’ 800. Affiancare all’azione di pressione politica quella della richiesta, del tutto nuova, dei Diritti Civili dei Federalisti potrebbe far fare al MFE quel salto di qualità di cui ha bisogno. L’MFE ha più o meno lo stesso numero di iscritti che aveva il Partito Radicale negli anni ’70, al momento della sua maggiore influenza politica, cioè circa tremila. I radicali ci hanno dimostrato, battendosi per l’allargamento dei diritti individuali, come anche una piccola forza possa incidere sulla coscienza collettiva. L’MFE dovrebbe muoversi nella stessa logica, ponendo però per la prima volta la questione dei diritti di cosmopolitismo, cioè dei diritti di chi si sente federalista.

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