Tesi Pre-congressuali in preparazione del

XXV CONGRESSO NAZIONALE DEL MFE – Gorizia, 11-13 marzo 201

Documento del Presidente e  del Segreterio del MFE Roma presentato al direttivo

IL QUADRO MONDIALE

1. La rivoluzione scientifica della produzione materiale, la svolta in corso nell’evoluzione del modo di produrre, ha scatenato la globalizzazione. Ne è derivata una crescente contraddizione tra il mercato e la società civile, che stanno assumendo dimensioni globali, e gli Stati, che dovrebbero governare questo processo, ma che non riescono a farlo perché sono rimasti nazionali.

2. La globalizzazione è stata guidata dall’ideologia del “fondamentalismo del mercato”, vale a dire dall’idea che i mercati siano capaci di autoregolarsi senza che sia necessario l’intervento dei pubblici poteri. È da notare che i leaders politici del fondamentalismo del mercato (i primi sono stati Thatcher e Reagan) non si sono soltanto astenuti dall’intervenire nei meccanismi del mercato, ma hanno praticato anche un attivo smantellamento delle regole, innanzi tutto di quelle destinate a controllare la finanza e il credito. La conseguenza è stata la subordinazione dei governi ai potenti gruppi finanziari e produttivi che dominano il mercato mondiale.

3. L’alleanza di potere tra interessi politici ed economici, che ha guidato la prima fase della globalizzazione, è stata sostenuta da un forte consenso. Non si possono negare infatti i successi della globalizzazione: una poderosa crescita economica, la riduzione della povertà, lo sviluppo industriale di regioni che hanno vissuto per secoli in condizioni di arretratezza e di dipendenza dal mondo occidentale e la caduta dei regimi basati su un’economia di comando, come quelli comunisti. Ma ora la crisi finanziaria ed economica ha fatto svanire l’illusione che l’umanità fosse in marcia verso un progresso ininterrotto.

4. È evidente che il funzionamento del sistema economico necessita di regole e di un governo, cioè di un ordine politico. Ciò che è stupefacente è la disinvoltura con quale i sostenitori del mercato autoregolato hanno chiesto ai governi di risolvere i problemi derivanti dal più catastrofico fallimento del mercato avvenuto dopo la grande depressione del 1929. Non si tratta solo di salvare il sistema del credito, che è uno dei gangli vitali dell’economia mondiale, ma anche di intervenire in quei settori che la scienza economica ha da tempo indicato come quelli dove il mercato è destinato a fallire: la protezione sociale, la disoccupazione, la protezione dell’ambiente.

5. La crisi offre l’occasione per imprimere una nuova direzione allo sviluppo dell’economia. Nei paesi ricchi occorre abbandonare l’obiettivo della crescita dei consumi – che resta invece importante nei paesi emergenti, dove persiste il flagello della povertà, della fame e delle malattie epidemiche – per muoversi verso un modello di sviluppo sostenibile sul piano sociale e ambientale e verso il miglioramento della qualità della vita.

6. Il ritorno dello Stato come regolatore degli eccessi del capitalismo, da più parti invocato, è una pia illusione. Nel mondo contemporaneo il potere di decisione appartiene agli Stati di dimensioni macro-regionali e alle unioni di Stati, non più agli Stati nazionali. Il potere di governare il mercato globale è destinato a spostarsi verso le organizzazioni internazionali, nella prospettiva del loro crescente rafforzamento e della loro democratizzazione.

7. La crisi segna la fine del disegno egemonico degli Stati Uniti, ormai incapaci di svolgere il ruolo di gendarme e banchiere del mondo. Il declino degli Stati Uniti è scritto in queste cifre: mentre alla fine della seconda guerra mondiale il loro PIL ammontava alla metà del PIL mondiale, oggi è ridotto a poco più del 20%. Malgrado siano lo Stato più potente del mondo sul piano militare (sul suo bilancio grava la metà della spesa militare del mondo) e abbiano i mezzi per sconfiggere qualsiasi nemico, gli Stati Uniti non hanno saputo assicurare la pace in Iraq e in Afghanistan. Ciò conferma un’osservazione di Hegel su Napoleone – l’impotenza del vincitore –, che si applica specialmente alle guerre asimmetriche contro l’Afghanistan e l’Iraq.

8. L’Asia, l’America latina e l’Africa sono i motori della ripresa economica. Secondo i dati più recenti della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale, metà dello sviluppo economico del mondo viene ormai dai paesi emergenti, i quali sono stati colpiti meno duramente dalla crisi.

9. La nuova mappa del potere mondiale sarà tracciata da una nuova leadership internazionale, che non comprenderà più solo i paesi del G8, ma includerà i BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e gli altri paesi emergenti che fanno parte del G20. La crisi ha accelerato la ridistribuzione del potere verso i paesi emergenti e verso la formazione di un ordine multipolare. Nessuna delle potenze emergenti ha il potere di sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di leader mondiale, come gli Stati Uniti sostituirono nel secolo scorso l’Impero britannico. In mancanza di un potere dominante, la cooperazione tra i protagonisti della politica e dell’economia mondiale sembra essere senza alternative, anche se il nazionalismo non è ancora vinto. Il costo insopportabile della corsa agli armamenti, aggravato dalla crisi economica, ha convinto le grandi potenze a ricercare la sicurezza nella cooperazione piuttosto che nella competizione e a privilegiare gli strumenti civili della sicurezza rispetto a quelli militari. Il frutto dell’affermazione di questa tendenza è l’accordo russo-americano sulla riduzione delle armi nucleari strategiche (dicembre 2010), che segna la ripresa del disarmo.

10. L’insuccesso del Protocollo di Kyoto nel combattere il cambiamento climatico mette in evidenza l’esigenza di istituire un’Organizzazione Mondiale dell’Ambiente, dotata di poteri vincolanti. Infatti, finché non sarà conseguito questo obiettivo, ogni impegno potrà essere facilmente violato. Inoltre, una carbon tax permetterebbe di orientare i consumi energetici verso carburanti meno inquinanti e l’uso di energie rinnovabili e di finanziare la riconversione dell’economia dei paesi emergenti in una direzione ecologicamente sostenibile.

11. Come ha messo in rilievo Robert Triffin, il difetto fondamentale dell’attuale sistema monetario internazionale risiede nell’uso di una moneta nazionale – il dollaro – come moneta di riserva mondiale. Al crescente deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti, per assicurare la liquidità necessaria a sostenere lo sviluppo del commercio internazionale, corrisponde l’accumulazione di riserve nei paesi emergenti, in particolare la Cina. Non era mai accaduto che un governo prestasse una così ingente quantità di denaro a un altro governo, come la Cina agli Stati Uniti. Proprio la Cina, per iniziativa di Zhou, governatore della Banca popolare cinese, nel 2009, riferendosi a Triffin, ha proposto di sostituire il dollaro con un paniere di monete, avviando la transizione verso una moneta di riserva mondiale. È da deplorare che l’UE non abbia sostenuto il progetto di riforma cinese. La formazione di una moneta di riserva mondiale rappresenterebbe un passo da gigante nella direzione della Federazione mondiale, come la creazione dell’euro ha rappresentato una pietra miliare sulla via della Federazione europea.

12. Il cambiamento nei rapporti di potere nel mondo ha aperto la via alla formazione di un nuovo ordine mondiale. In particolare, il G20 mostra che i paesi emergenti hanno acquisito il potere di sedersi al tavolo dei negoziati dove si affronta il problema del nuovo ordine economico globale. Inoltre nel Comitato esecutivo del FMI i paesi emergenti hanno accresciuto il loro peso, mentre quello degli Stati Uniti e dei paesi europei è diminuito. Dal 2012 i primi dieci azionisti saranno gli Stati Uniti, il Giappone, quattro Stati dell’UE e i BRIC. Malgrado ciò, gli Stati Uniti mantengono ancora il diritto di veto, mentre i paesi dell’Eurogruppo potrebbero accrescere la loro influenza internazionale se decidessero di unificare la loro rappresentanza, come avviene nell’OMC e nella FAO, dove l’UE ha una rappresentanza unica.

13. Per quanto riguarda la riforma dell’ONU, è stato proposto l’allargamento alla Germania, al Giappone, all’India, al Brasile e a due non identificati Stati africani. È una proposta che ha due gravi difetti: è ingiusta, perché crea gendarmi regionali, e non è realistica, perché è sempre stata sconfitta da una coalizione di Stati nelle rispettive regioni. Dobbiamo quindi confermare la posizione che nel CdS debbano entrare i rappresentanti delle grandi regioni del mondo. Così tutti gli Stati sarebbero rappresentati in questo organo tramite le rispettive organizzazioni regionali.

14. La contraddizione tra la globalizzazione dei mercati e della società civile e la dimensione nazionale degli Stati ha gravi conseguenze sulla democrazia. Le decisioni dalle quali dipende il destino dei popoli tendono a spostarsi fuori dalle istituzioni rappresentative che sono sottoposte al controllo dei cittadini, verso centri di potere internazionali pubblici (le organizzazioni internazionali) o privati (le società multinazionali, le agenzie di rating, le reti televisive globali, le ONG, le organizzazioni criminali e terroristiche ecc.). Di fronte a questi fenomeni, dobbiamo domandarci quanto a lungo potrà sopravvivere la democrazia in un mondo nel quale le decisioni determinanti per l’avvenire dell’umanità sono prese a livello globale. Sul piano internazionale non esistono istituzioni democratiche, se si esclude l’esperimento, per altro incompiuto, del Parlamento europeo, il primo Parlamento sopranazionale della storia. È questa la via da seguire: bisogna globalizzare la democrazia (a cominciare dalla creazione di un’Assemblea parlamentare dell’ONU) prima che la globalizzazione distrugga la democrazia.

15. Il metodo del gradualismo costituzionale, che ha ispirato la strategia federalista nella costruzione dell’unità europea e ha consentito di conseguire grandiosi risultati, come l’elezione diretta del Parlamento europeo e la moneta unica, è l’approccio valido per costruire le prime istituzioni della Federazione mondiale. Lo mostra il successo della campagna per istituire il Tribunale penale internazionale, promossa dal WFM. Inoltre, ogni progresso nella costruzione dell’unità europea rappresenta un fattore di rafforzamento del ruolo internazionale dell’Europa e il veicolo dell’unificazione federale del mondo. Per esempio, il conferimento di un seggio all’UE nel CdS dell’ONU può essere il veicolo della trasformazione di questo organo nel Consiglio delle grandi regioni del mondo, che diventerebbe la Camera alta del sistema legislativo mondiale.

L’UNIFICAZIONE EUROPEA

16. La nuova fase della politica mondiale, che si è aperta con la crisi finanziaria ed economica del 2008, ha messo a nudo la fragilità dell’UE e le contraddizioni di una moneta senza Stato. Il fallimento dell’euro – il traguardo più avanzato raggiunto dal processo di unificazione europea – equivarrebbe al fallimento del progetto europeo. Va riconosciuto che la BCE ha adempiuto pienamente al suo mandato: il mantenimento della stabilità dei prezzi con una media di inflazione di 1,87% all’anno nei dodici anni passati. Tuttavia, dopo i fallimenti delle banche, sono ora gli Stati che rischiano di cadere di fronte agli attacchi della finanza internazionale, come mostrano i casi della Grecia e dell’Irlanda. L’UE ha un debito e un disavanzo molto inferiori agli Stati Uniti e al Giappone. L’euro è una moneta stabile ed è la seconda moneta del mondo. Eppure solo l’UE subisce l’offensiva della speculazione internazionale, il cui proposito è di frantumare l’Unione monetaria, che costituisce il più potente baluardo che esista al mondo contro l’inflazione. Fare pagare ai cittadini con l’inflazione il risanamento del debito delle banche: questo è il disegno dei potenti interessi finanziari, che attaccano separatamente gli anelli più deboli dell’Unione monetaria europea, provocando un’ondata di sfiducia verso i paesi che hanno il più alto debito pubblico. E possono sperare di vincere, perché non esiste un governo europeo dell’economia, ma solo un coordinamento intergovernativo delle politiche economiche.

17. Qui sta la contraddizione che deve essere superata per fare sopravvivere l’UE e rilanciare il processo di unificazione. Lo prova la creazione del Fondo europeo di stabilizzazione finanziaria (FESF), istituito per fare fronte alla crisi dei debiti sovrani esplosa in Grecia, e ora reso permanente dopo il salvataggio dell’Irlanda. Si tratta di un provvedimento che ha elevato un argine, temporaneamente efficace ma insufficiente, dei paesi dell’Eurogruppo contro la speculazione internazionale. Il FESF deve evolvere da mero meccanismo intergovernativo, non incluso nel bilancio dell’Unione, verso un’Agenzia federale del debito pubblico, per assicurare il rigore nella gestione del debito. Questo strumento, creato in una situazione di emergenza, deve essere completato con due elementi di carattere strutturale: il risanamento del debito degli Stati e il rafforzamento del bilancio europeo.

18. Il nuovo Patto di stabilità e crescita (quello vecchio è stato screditato dalla violazione dei suoi principi da parte di Francia e Germania) dovrà sottoporre a una sorveglianza europea il deficit e il debito degli Stati. I paesi che hanno il debito più elevato devono impegnarsi a conseguire un avanzo primario, che assicuri la progressiva riduzione del debito. Inoltre, la disciplina di bilancio dovrà avere rilievo costituzionale, come richiesto dalla Germania. Il che esige la revisione del Trattato di Lisbona. Il bilancio deve essere deciso in modo trasparente e democratico dopo un vero dibattito europeo, associandovi il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali.

19. Il rigore nei bilanci degli Stati, che a ragione esige il governo tedesco, non basta. Una stagione prolungata di rigore finanziario senza politiche di stimolo della crescita può portare i paesi più indebitati verso la depressione, che in definitiva impedirebbe di ripianare il debito. Occorre promuovere lo sviluppo, ma secondo un nuovo modello ecologicamente e socialmente sostenibile, illustrato nella tesi 5. Questa è la via maestra per ricuperare il consenso dei cittadini verso il progetto europeo. La questione delle risorse proprie è cruciale per dare all’UE gli strumenti per stimolare lo sviluppo. L’insufficienza delle risorse proprie di cui dispone l’UE (1% del PIL europeo) è il segnale della mancanza di autonomia del bilancio dell’Unione e della sua subordinazione ai governi nazionali. Per di più, oltre l’80% di queste risorse deriva da trasferimenti dai bilanci nazionali. Per fare affluire le risorse proprie necessarie a stimolare lo sviluppo, che solo l’UE può promuovere in modo efficace, sono disponibili due strumenti: le tasse (per esempio quella sulle emissioni di ossido di carbonio o quella sulle transazioni finanziarie internazionali) e l’emissione di euro-obbligazioni per finanziare la costruzione di infrastrutture, la ricerca e l’innovazione.

20. L’unificazione europea è entrata in una nuova fase: dopo l’Unione monetaria, l’avanzamento oggi possibile è quello dell’affermazione di un bilancio federale, basato su risorse proprie. Il processo si è sviluppato a tal punto che tutti i governi degli Stati membri dell’UE hanno perduto il potere di assicurare i basilari beni pubblici: non la sicurezza alle frontiere, non la lotta alla criminalità organizzata, non la prosperità economica, non la stabilità monetaria e finanziaria, né la protezione dell’ambiente, né la sfida energetica, né la lotta all’evasione fiscale, né la difesa dello Stato sociale, né il governo dei flussi migratori. È quindi necessario attribuire all’UE il potere di prelevare direttamente ai contribuenti le risorse necessarie a finanziare gli investimenti in quei beni pubblici, secondo i principi del federalismo fiscale. L’entità del bilancio europeo, includendovi l’onere relativo alla sicurezza e alla difesa, non dovrebbe eccedere il 5% del PIL europeo, come indicato recentemente da Emma Bonino. Ciò permetterebbe di rendere più efficiente la spesa pubblica e realizzare economie di scala, conseguendo un risparmio, perché l’incremento del bilancio europeo consentirebbe una riduzione dei contributi nazionali al bilancio europeo, in modo che resti inalterato l’onere che grava sui contribuenti.

21. Il dibattito sulla ripartizione delle risorse fiscali tra l’UE e gli Stati membri (e quindi anche sull’incremento delle risorse proprie dell’UE) deve avvenire nell’ambito di Assise rappresentative del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali (sul modello delle Assise di Roma del 1990, che aprirono la via al Trattato di Maastricht), in conformità con il principio che il potere di bilancio appartiene ai Parlamenti.

22. La nuova regolamentazione costituzionale dei poteri di bilancio dell’UE deve essere approvata da una Convenzione europea provvista di poteri costituenti, nella quale emergerà il ruolo trainante degli Stati membri dell’Eurozona (che si presentano come l’ambito nel quale si può materializzare un nucleo federale, dotato di un proprio bilancio). Una volta che si sia riaperto il cantiere della costruzione costituzionale, sarà possibile mettere all’ordine del giorno altre due riforme. In primo luogo, le traversie della ratifica del Trattato di Lisbona impongono che si semplifichi senza ritardo la procedura di revisione dei Trattati, passando dalla regola dell’unanimità a quella della maggioranza qualificata. È da ribadire che l’eliminazione del diritto di veto e la generalizzazione del voto a maggioranza qualificata rappresentano un obiettivo fondamentale della trasformazione in senso federale dell’UE. Inoltre, l’esigenza che l’UE sia messa in condizione di parlare con una sola voce nel mondo impone una decisione sui poteri e sulle competenze relative all’unificazione della politica estera e di sicurezza. Il Trattato di Lisbona ha introdotto un nuovo istituto – la cooperazione strutturata permanente – che permetterebbe di procedere subito all’unificazione delle forze armate di un gruppo di Stati membri con il vantaggio di non richiedere un numero minimo di aderenti per assumere impegni più vincolanti in questo settore. Tre strumenti militari sono necessari nell’immediato per consentire all’UE di svolgere il suo ruolo di pace: una forza di intervento rapido per operazioni di pace sotto l’egida dell’ONU, un satellite di radionavigazione (Galileo), un’agenzia europea della difesa per ridurre e rendere più efficace la spesa militare.

23. I negoziati per l’adesione della Turchia rappresentano una straordinaria occasione per mostrare al mondo che la cultura e le istituzioni dell’Occidente sono compatibili con l’Islam. La Turchia è un paese che da quasi un secolo ha compiuto la scelta della laicità dello Stato, introducendo per la prima volta in un paese di fede islamica il principio della separazione tra religione e politica. Inoltre, essa occupa una posizione di avanguardia nel mondo islamico per quanto riguarda l’affermazione – che per il momento resta incompleta – dei principi dello Stato di diritto e della democrazia rappresentativa. Come l’integrazione dell’Europa centro-orientale è stata la risposta al crollo dei regimi comunisti, così l’integrazione di un grande paese musulmano nell’Unione europea rappresenta la risposta a coloro che non solo nel mondo islamico, ma anche in Occidente, puntano sullo scontro delle civiltà. I negoziati con la Turchia impongono in modo ormai indilazionabile la formazione di un gruppo di avanguardia di Stati che si muova verso una forma più stretta di unione senza aspettare tutti gli altri. Il voto a maggioranza, in primo luogo nelle decisioni relative alla revisione costituzionale, permetterà al convoglio dell’Unione di liberarsi dalla necessità di procedere alla velocità del vagone più lento. Naturalmente il nucleo duro dell’Unione dovrà restare aperto all’adesione di quegli Stati (compresa la Turchia) che vorranno farne parte.

24. I Trattati hanno costruito il rapporto tra Parlamento europeo e Commissione secondo i principi della democrazia parlamentare. Dopo le elezioni, il Parlamento europeo conferisce la fiducia alla Commissione e gliela può revocare. Tuttavia, la democrazia europea è un edificio incompiuto. I cittadini hanno il potere di eleggere i loro rappresentanti nel Parlamento europeo, ma non di scegliere il governo dell’Unione. Questo potere è nelle mani dei Capi di Stato e di governo (il Consiglio europeo). Per fare in modo che i cittadini possano scegliere chi li governa a livello europeo, è necessario che i partiti propongano agli elettori i loro candidati alla Presidenza della Commissione. Alle elezioni del 2009, solo il PPE ha proposto il suo candidato. In mancanza di candidature competitive, i cittadini non hanno avuto un reale potere di scelta. Questa vicenda ha confermato che i governi hanno ancora la supremazia sulla Commissione e sul Parlamento europeo. Se alle elezioni del 2014 il PSE, eventualmente alleandosi con l’ALDE e con i Verdi, esprimerà un proprio candidato alla Presidenza della Commissione, i cittadini europei avranno conquistato un nuovo diritto: quello di eleggere direttamente il capo del governo europeo. E quest’ultimo, grazie alla saldatura del circuito di fiducia tra cittadini, Parlamento e Commissione, potrà diventare indipendente dal Consiglio europeo.

25. Per quanto riguarda la crisi politica in Italia, questa è il riflesso nazionale della crisi della globalizzazione senza governo e dell’ideologia del fondamentalismo del mercato, di cui Berlusconi è stato interprete. L’arretramento dello Stato a favore del mercato e degli interessi privati, la riduzione della spesa pubblica, lo smantellamento dello Stato sociale, l’euroscetticismo, che hanno caratterizzato il ciclo politico berlusconiano non hanno più spazio nel contesto della crisi globale, soprattutto se si considera che l’Italia è tra i paesi che, a causa del suo debito crescente, tra i più alti del mondo, è nel mirino della speculazione internazionale. C’è inoltre un aspetto specifico che connota il sistema di potere berlusconiano: il monopolio dell’informazione da parte di un’azienda di proprietà del Presidente del Consiglio, che distorce gravemente il funzionamento delle istituzioni democratiche. Per fare fronte all’emergenza economica, contrastare la deriva autoritaria e riportare l’Italia a essere protagonista del processo di unificazione europea, occorre dare vita a un governo di larghe convergenze tra tutti i settori dell’arco costituzionale.

LE ORGANIZZAZIONI FEDERALISTE E I LORO COMPITI


  1. 1.Non si sottolineerà mai abbastanza che obiettivi così ambiziosi come quelli delineati nelle tesi precedenti potranno essere raggiunti solo con organizzazioni in grado di rimanere sul campo per decenni e decenni, per non dire secoli. Inutile aggiungere che tali organizzazioni devono avere un carattere sovranazionale, perché tanto la Federazione europea quanto, a maggior ragione, la Federazione mondiale non si possono certo fare solo in Italia. In coerenza con queste convinzioni, che hanno sempre guidato l’azione del MFE fin da quando, nel 1943, Spinelli si recò in Svizzera per cercare federalisti di altri paesi, dedicheremo la nostra attenzione prima al WFM e all’UEF e poi al MFE.
  2. Nel 2007 abbiamo celebrato a Montreux la riunificazione tra federalisti europei e federalisti mondiali. Proprio perché hanno avuto per decenni storie separate, WFM ed UEF sono strutture molto diverse. Il WFM non ha la medesima diffusione in tutti i continenti ed è composto da organizzazioni di base molto eterogenee. Diversamente dall’UEF, il WFM ha però una efficiente ed autorevole segreteria, capace di imprimere un deciso impulso a tutte le campagne. Inoltre il WFM dispone di risorse umane e materiali incomparabilmente superiori a quelle dell’UEF. Prova ne sia che ha saputo coagulare il consenso di ben 2.500 ONG e condurre in porto la storica battaglia per l’istituzione del Tribunale penale internazionale. Nel recente Council di Buenos Aires si è deciso di continuare le battaglie per la ratifica universale dello Statuto del Tribunale penale internazionale, per ora ratificato da 114 Stati, e per l’Assemblea parlamentare dell’ONU. Saranno avviate altre campagne sul disarmo, sui cambiamenti climatici e sulla riforma del sistema monetario internazionale.
  3. Subito dopo il Congresso MFE, si terrà a Bruxelles il Congresso dell’UEF. E’ quindi opportuno che tutti i delegati vengano messi a conoscenza delle condizioni in cui si trova la nostra organizzazione europea. L’ultima azione condotta a livello europeo è stata la campagna per spingere i partiti a proporre un candidato alla Presidenza della Commissione in occasione delle elezioni europee del 2009. Si è trattato di una azione che non ha avuto uno sbocco positivo, perché il PSE, adducendo il finto pretesto che il Trattato di Lisbona non era ancora entrato in vigore, non ha proposto un proprio candidato. Non è stata tuttavia una iniziativa priva di significato e di conseguenze. Se lo stesso PSE, come ha recentemente deciso, metterà addirittura in cantiere delle primarie per scegliere il candidato del 2014, anche il PPE e gli altri partiti europei saranno costretti a seguire l’esempio. Tra l’altro, dopo due mandati, è molto improbabile che Barroso possa venir riproposto e questo lascia il campo libero per l’emergere di autorevoli candidati in entrambi i fronti dello schieramento politico europeo.
  4. In ogni caso l’UEF, data la gravissima crisi che mette a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’euro, non può certo accontentarsi di proposte come questa. Nel Comitato federale della scorsa primavera è stato approvato un “Framework for action”, ma fino ad ora non è stato possibile avviare alcuna campagna europea. Il prossimo Congresso dovrebbe essere l’occasione per raggiungere questo obiettivo. Si impongono però due precisazioni, anche per non suscitare tra i militanti eccessive aspettative.
  5. La prima riguarda la presidenza. La scelta di affidare la presidenza ad un parlamentare europeo aveva lo scopo di collegare l’UEF con l’Intergruppo federalista del Parlamento europeo, ma naturalmente comportava e comporta dei costi. L’attuale Presidente, in particolare, esercita un tale controllo politico sull’organizzazione da annullare quasi l’autonomia dei suoi organi statutari. D’altro lato, l’incapacità di costituire un formale Intergruppo dimostra che nel Parlamento europeo la sua capacità di aggregazione è scarsa. Tali limiti sono poi emersi in modo evidente quando due leader del Parlamento europeo hanno costituito il Gruppo Spinelli senza nemmeno coinvolgerlo. La situazione si è poi in parte risolta quando, in tempi recenti, si è giunti ad una specie di fusione tra Intergruppo e Gruppo Spinelli, di cui Duff è divenuto Copresidente.
  6. Al di là degli aspetti formali e statutari, l’UEF è costituita da organizzazioni nazionali, ognuna delle quali ha una sua storia, una sua struttura, diverse modalità di azione e di mobilitazione, varie fonti di finanziamento. Ragion per cui anche quando, come nel caso della campagna per il referendum europeo, si riesce ad approvare un quadro d’azione comune, raramente si riesce poi ad ottenere che i documenti approvati si trasformino in iniziative politiche concrete nei vari paesi. Insomma, il MFE deve avere nei confronti dell’UEF quella pazienza pedagogica che ci hanno insegnato Spinelli ed Albertini, non dimenticando mai che senza una cornice europea ogni nostra campagna nazionale è condannata all’irrilevanza.
  7. Quest’anno celebreremo il 70.mo anniversario del Manifesto di Ventotene e tra due anni il 70.mo anniversario del MFE. Settant’anni sono molti nella vita di una persona ed infatti tutti i protagonisti della prima ora se ne sono andati. Ultima ci ha lasciato Teresa Caizzi, deceduta lo scorso anno. Settant’anni non sono pochi nemmeno per una organizzazione. Se pensiamo alla velocità con cui nascono e muoiono le forze politiche italiane, possiamo ritenerli persino molti. Se guardiamo invece ai ritmi della storia, nonostante le accelerazioni degli ultimi secoli e soprattutto degli ultimi decenni, settant’anni sono sicuramente pochi. Diventano addirittura pochissimi se misurati sullo scopo finale della nostra battaglia: la Federazione mondiale e la pace perpetua.
  8. Un movimento come il nostro deve avere quindi la consapevolezza dei tempi lunghi della storia e porsi continuamente l’obiettivo di durare nel tempo. Se ci accingiamo a celebrare il nostro XXV Congresso, significa che questa sfida è stata finora vinta. Dopo la fondazione ad opera di Spinelli, grazie ad Albertini tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso si è infatti costituito un gruppo di militanti che ha saputo mantenere in vita il Movimento e condurre in porto le battaglie per l’elezione diretta del Parlamento europeo e per la moneta europea. Quel gruppo ha retto fino ad oggi le sorti del Movimento, ma i conflitti scoppiati al suo interno e qualche prematura scomparsa hanno ridotto i ranghi e reso necessario, da un lato, chiamare militanti di altre sezioni ad assumersi delle responsabilità nazionali e, dall’altro, preparare il ricambio generazionale. Sul primo fronte ci sembra di poter dire che sono stati fatti dei progressi che lasciano ben sperare. Attraverso la costituzione degli uffici è stato possibile in questi due ultimi anni mobilitare nuove risorse e raggiungere alcuni risultati non disprezzabili. Ne citiamo alcuni a titolo di esempio: i seminari di Forlì e di Verona, la creazione di un ufficio stampa, la raccolta di risorse per i rimborsi spese, la predisposizione del nuovo sito (ormai pronto). Certo, resta ancora molto da fare, ma il lavoro è stato avviato.
  9. C’è però un aspetto che merita di essere ricordato: ogni innovazione, per essere vitale e produttiva, deve essere recepita a livello locale e regionale, non calata dall’alto. Sotto questo riguardo, il quadro non è omogeneo: mentre per es. l’esperienza delle convenzioni dei cittadini è stata ripetuta con successo in più regioni, si fatica ancora ad organizzare dei dibattiti a livello regionale o interregionale. Anche sul tesseramento è opportuno fare qualche riflessione. Nell’ultimo decennio le iscrizioni hanno tenuto e c’è stato anzi un aumento, ma di nuovo la situazione non è omogenea: accanto a sezioni e regioni che crescono, altre diminuiscono il numero delle adesioni o addirittura sono scomparse. In generale, si ha l’impressione che al tesseramento venga dedicato solo un tempo residuale e che molte sezioni non promuovano una campagna per aumentare le adesioni o almeno per coprire i vuoti lasciati da chi non rinnova l’iscrizione. Un altro compito che dovrebbero proporsi soprattutto i segretari regionali è la fondazione di nuove sezioni. I risultati ottenuti in Emilia – Romagna dimostrano che un’azione mirata e coerente può produrre buoni risultati.
  10. Veniamo al tema che costituisce un cruccio a tutti i livelli: il ricambio generazionale. Se si pensa alle energie che noi dedichiamo alla formazione dei giovani tramite i seminari, c’è da rimanere sconsolati nel constatare che ancor oggi non esistono le condizioni per passare le consegne alla terza generazione di federalisti europei. Indubbiamente i profondi cambiamenti storici che hanno mutato i ritmi di lavoro e di vita possono essere addotti come una causa. Non devono però diventare una scusa, perché senza l’arrivo di nuovi militanti la nostra sorte è segnata. Lasciando alla GFE il compito di individuare cause e rimedi, bisogna riconoscere che in molte sezioni la collaborazione intergenerazionale è difficoltosa o inesistente. Aggiungiamo invece che la ritrovata concordia sulla linea politica dovrebbe aiutarci a coltivare maggiormente la formazione dei quadri, giovani e meno giovani.
  11. Volgendo ora lo sguardo a quello che si è fatto negli ultimi anni e agli impegni futuri, si può partire dalle convenzioni dei cittadini per indicare una forma riuscita e alla nostra portata di mobilitazione dei cittadini e di coinvolgimento di altri soggetti istituzionali, politici, sociali, economici e culturali. Dopo le battute d’arresto che hanno contrassegnato questo primo decennio del nuovo secolo, il progetto europeo ha la necessità di riconquistare il consenso dei cittadini. Le convenzioni sono un importante strumento per raggiungere questo obiettivo. Bisogna però aver sempre presente che i cittadini ed anche le organizzazioni della società civile sono di solito più attente alle politiche piuttosto che alle istituzioni. E’ compito dei federalisti far maturare la convinzione che senza la creazione di nuove istituzioni o la riforma di quelle esistenti le richieste che emergono dal seno della società sono destinate a rimanere lettera morta.
  12. Per conciliare queste esigenze resta sicuramente valida la strada di approvare delle petizioni congiunte che si occupino di un singolo aspetto o problema (l’ecologia, la crisi economica, l’immigrazione, ecc.). Tali testi dovrebbero, da un lato, servire alle sezioni per avviare o consolidare i contatti a livello locale, dall’altro, a raccogliere le adesioni negli ambienti più sensibili a quel tema. L’esperienza compiuta in Piemonte di dar vita ad un Movimento dei movimenti attraverso due petizioni – una sulla cittadinanza di residenza e l’altra sul reddito minimo garantito – va segnalata come un tentativo riuscito di allargare i nostri consensi.
  13. L’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) costituisce un’importante innovazione del Trattato di Lisbona. Non se ne sono accorti soltanto i federalisti, come testimoniano le molte proposte avanzate mentre si redigeva il Regolamento per la sua attuazione. Sarebbe però paradossale se proprio i federalisti, che da sempre si vantano di essere l’avanguardia del popolo europeo, si rifiutassero di considerare l’opportunità di sfruttare questo strumento per far avanzare il processo di unificazione europea, pur senza dimenticarne i limiti e senza sottovalutare le grandi sfide a cui ci obbligherebbe.
  14. Nel Comitato centrale di novembre si è ipotizzato che il Congresso lanci un piano d’azione “Cento città per la Federazione europea”. Per evitare che le iniziative già attuate e quelle in programma si disperdano in una serie rapsodica di azioni scollegate, ci si propone insomma di creare un’unica cornice e, soprattutto, di mettere in cantiere un evento nazionale nel 2012 verso cui indirizzare gli sforzi delle sezioni. Nella nostra storia più volte ci siamo proposti obiettivi di questo tipo e la scommessa è stata quasi sempre vinta. C’è motivo di ritenere che anche questa volta i federalisti saranno all’altezza della loro storia.
  15. Un filo rosso unisce tutte le azioni che abbiamo compiuto in quasi settant’anni di lotte: la mobilitazione del popolo europeo. Oggi la mobilitazione è possibile, perché il processo di globalizzazione e la crisi economico-monetaria rendono evidente agli occhi di tutti l’inadeguatezza degli Stati nazionali. Come scriveva magistralmente Spinelli nel 1957, “la crisi del regime europeo non si svolge secondo una linea retta, ma lungo una spirale, che, pur degradando sempre più in basso, ritorna tuttavia sempre su se stessa. A periodi di angoscia, di umiliazione, di disordine e di disperazione, fanno seguito periodi effimeri di distensione, di tranquillità, di affari prosperi, di lievi progressi sociali.. La lotta per il popolo europeo non è neanch’essa una serie lineare e progressiva di piccole vittorie parziali. Seguendo il ciclo delle crisi del regime delle sovranità nazionali essa attraversa periodi in cui va contro corrente, perché va contro tutte le apparenze del momento. Essa allora non può realizzare, ma solo estendersi, consolidarsi, levare ogni giorno più alta la sua opposizione. Giunge infine il momento critico in cui la sua forza costruttiva, coincidendo con il disordine crescente del vecchio regime europeo, rende possibile la prima e decisiva capitolazione degli Stati nazionali. Se questa non ha luogo, la sconfitta è inevitabile, ed i federalisti non hanno altra scelta che ricominciare da capo, con l’ostinazione che viene dalla certezza che non c’è altra via per l’avvenire dell’Europa fuorché quella della Federazione”.
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